Opinioni

Dopo la preghiera in Piazza San Pietro. La sosta e la chiamata

Marco Tarquinio martedì 18 maggio 2010
Forse solo da lassù, da quella finestra, è stato possibile vedere davvero ciò che stava accadendo. Forse solo da lassù, da quel riquadro sul cielo aperto sopra piazza San Pietro, è stato possibile ricambiare con lo sguardo l’abbraccio del popolo cristiano che in una domenica sospesa tra pioggia e sole era accorso a Roma. Certo, sarebbe stato necessario essere in cento altri luoghi del «sagrato del mondo» per riuscire a comporre la stessa immagine. Perché un singolo sguardo non poteva bastare a riassumere e raccontare la bellezza e la forza del fatto che s’è compiuto tra Benedetto XVI e le duecentomila persone che – nel giorno in cui la Chiesa che è in Italia celebra l’Ascensione – si sono riunite per pregare con il Papa e per dirgli ancora una volta: siamo con te, sempre, per imparare a essere sale e a dire no al male e alle sue mille seduzioni, per ripetere che amiamo e stimiamo i nostri sacerdoti e che siamo incondizionatamente al fianco dei piccoli e degli offesi, soprattutto dei bambini oltraggiati da coloro che, da padri nella fede e da maestri, avrebbero dovuto custodirli.Ma in ogni caso di questo 16 maggio presso la Basilica Vaticana nessuno sguardo, neanche quello più alto di tutti, avrebbe potuto "dire" con sufficiente eloquenza e profondità qualcosa che il Papa sa e sperimenta nel suo ministero universale, qualcosa che ogni cattolico impara da piccolo, e in cuor suo custodisce, e che troppi osservatori stentano a cogliere: i duecentomila di piazza San Pietro sono stati, per un po’, la parte visibile – per così dire, emersa – di una realissima e quasi inconcepibile «rete» della quale il mondo, dopo duemila anni di cristianesimo, ancora non si capacita. Sono stati se stessi, sono stati visibilmente tanti di ogni età e condizione sociale ed egualmente capaci di esprimere l’unità e la ricchezza della galassia di associazioni e movimenti che contribuisce ad animare la Chiesa italiana eppure sono stati – dal momento in cui sono partiti per Roma a quello in cui hanno fatto ritorno alle loro case – anche i rappresentanti di una moltitudine più grande di qualunque stima e statistica e difficilmente apprezzabile da chi valuta un evento a decibel antagonisti e cartacce e nervosismi da servizio d’ordine. Una moltitudine fatta di volti unici e originali, di storie mai uguali. Una moltitudine con l’anima, uomini e donne "collegati" (grazie ai mass media, ma non obbligati a essi) da ogni dove, e in ogni dove segno della stessa fede in Gesù Cristo e autori – a Roma e nei più diversi angoli d’Italia e del mondo – degli stessi gesti, protagonisti della stessa preghiera comunitaria a Maria, testimoni della stessa unione col successore di Pietro.Oggi – con le foto che abbiamo scelto, con le nostre parole e con quelle di intellettuali liberi e attenti come Ferrara, Israel e Ostellino – ci sforzeremo di dare conto sulle pagine di Avvenire della straordinaria domenica di un popolo in cammino che ha fatto sosta sotto la «finestra di casa» del Papa, per ascoltare e far parlare anche il silenzio. E nessuno dei nostri lettori si meraviglierà se non troverà certi luoghi comuni, a base di «pride» e «day». I giorni e l’orgoglio dei cattolici, come ha ricordato a tutti il cardinal Bagnasco, sono nell’umile e forte «consapevolezza» di una «chiamata» a testimoniare i valori del Vangelo e la scelta, senza sconti, per la dignità e intangibilità della persona umana, sempre e soprattutto quando è più piccola e più debole. Una chiamata a esserci e a servire, là dove si vive.