Opinioni

Quella “cura” che servirebbe. La sindrome ultimo minuto

Eugenio Fatigante venerdì 4 agosto 2023

Colpisce sempre la pervicacia di questo Paese nel farsi trovare spesso impreparato a momenti topici. Due fatti, diversi fra loro, ci hanno ricordato negli ultimi giorni questa caratteristica: da un lato l’annuncio che, fra i 16 miliardi cestinati (per il momento) del “vecchio” Pnrr ora revisionato, figurano fra gli altri 1,3 miliardi destinati alla lotta contro il dissesto idrogeologico come pure 3,3 miliardi per la “rigenerazione” delle città.

La motivazione, che aleggiava da tempo, è che non si farebbe in tempo a spenderli entro il 2026; una nota stonata in un Paese che – purtroppo – da anni (ben prima degli ultimi eventi atmosferici che si sono susseguiti da maggio a luglio) si lamenta troppo spesso dei danni procurati dalla scarsa cura dei territori e che presenta oltre il 90% di Comuni con fattori di rischio. E che pertanto, secondo logica, avrebbe dovuto avere sin dal 2021 – quando è partito il Piano di ripresa e resilienza – cassetti ben pieni di progetti, già vagliati, che aspettavano solo di essere finanziati e portati a compimento. Sembra impossibile che il governo non sia in grado di impiegarli, invece così è.

Il secondo fatto è la gestione dissennata di questa prima fase di transizione dal Reddito di cittadinanza ai nuovi sussidi voluti dal centrodestra, più limitati per fare cassa sulla pelle dei più deboli. Era noto da mesi questo passaggio, foriero di possibili tensioni sociali. Eppure, anziché curarlo con tutte le cautele del caso (che non avrebbero garantito comunque dall’insorgere di problemi, sia chiaro), si è banalizzato il tutto con un gelido sms di 4 righe inviato a 160mila famiglie italiane l’ultimo giorno prima dell’ultimo pagamento loro garantito; e consegnando un dossier così delicato a rapporti talora farraginosi con i Comuni, che devono ora “prendere in carico“ i più disagiati, e con le Regioni, chiamate a far partire la piattaforma (che ancora non c’è) per la formazione basata su corsi che in teoria dovrebbero essere pronti da settembre per garantire alla metà circa di queste persone in difficoltà il mantenimento almeno dei 350 euro del futuro “sostegno formativo”.

Era esattamente quel che si temeva quando si è deciso di smantellare il Rdc.

Lo si temeva alla luce dell’(in)esperienza di questo Paese, ma si sperava che per un qualche miracolo sottotraccia ci si stesse invece attrezzando per farsi trovare il meno sorpresi possibile da questa transizione. Ad attrezzarsi, invece, per ora sono soprattutto società private di formazione, attirate dal nuovo business (in 4 anni ne sono sorte oltre 1.400 in più).

Cura del territorio e cura di quel lavoro che è fondamento della nostra Costituzione, quindi. A mancare, però, è proprio la declinazione concreta di quella parola, “cura”. Accade con l’esecutivo più a destra della storia della Repubblica, ma è un discorso che affonda nel passato, al di là del colore politico degli esecutivi che si sono succeduti, basti ricordare quanto è successo per la pandemia o per le politiche energetiche. Certo, il governo Meloni – responsabile di turno – dà l’impressione di non sapere dove mettere le mani. Sul Pnrr giura e spergiura che quei fondi saranno recuperati, ma intanto ha incassato una strigliata dal Servizio studi del Parlamento, convinto che ci siano forti dubbi sui finanziamenti alternativi per le opere oggi stralciate. E questa è, in fondo, un’altra anomalia del Paese: con l’arretrare delle competenze della classe politica al governo cresce il peso specifico di questi organismi tecnici, che dovrebbero essere un supporto istituzionale e diventano invece quasi un contraltare.

Sul Rdc dopo giorni la ministra Calderone l’altro ieri ha ammesso che la laconica comunicazione dell’Inps poteva essere «più completa». Perché ci vogliono cura, appunto, e un minimo di empatia per seguire una svolta che per migliaia di famiglie non è un algido iter burocratico, ma è la differenza fra una vita dignitosa e il ritorno a un salto nel buio (al di là dei casi di frode e di lavoro nero da combattere).

Era troppo ipotizzare l’invio già un paio di mesi fa di una lettera che spiegasse agli interessati per filo e per segno cosa dovranno fare nel prossimo futuro? È lo scarto che distingue un Paese civile, attento ai propri abitanti come ai propri territori, da uno di stampo feudale. Scarto aggravato, in questo caso, dalla sensazione che per il governo (che sul punto va avanti a costo di consumare uno strappo con il Sud che pure l’ha votato, e questo gli va riconosciuto sul piano politico) l’essere poveri sia soprattutto una colpa. In fondo, l’occupazione è oggi a livelli da primato, ha detto l’Istat; e solo in Campania, ha detto ancora Calderone, ci sono «100mila posti di lavoro a disposizione». Non dovrebbe essere troppo difficile, allora, farsi trovare preparati per coprirne una buona parte, lì come in altre Regioni. Sulle opere anti-dissesto come sulla lotta alla povertà, saranno i fatti a misurare se questo è davvero un governo di svolta.