Opinioni

Una piccola storia triste genovese. La puzza delle solitudini ci riguarda e ci giudica

Antonio Maria Mira domenica 6 febbraio 2022

Da quell’appartamento a Genova usciva da giorni un forte odore. Pungente. Nauseante. Puzza. Sì, puzza. Ma gli inquilini del palazzo non si sono chiesti cosa fosse successo. Han pensato solo alla puzza. Così hanno preso dello scotch da pacchi e hanno sigillato la porta dell’appartamento maleodorante. Hanno eliminato l’effetto, non hanno cercato la causa. Dopo sette giorni, i servizi sociali che seguivano l’anziano che abitava solo, preoccupati perché non riuscivano a contattarlo, si sono presentati davanti alla casa, in via Mermi, quartiere Sant’Eusebio, zona collinare di Genova.

Hanno tolto i 'sigilli' antipuzza, hanno aperto la porta e hanno scoperto che quella era puzza di morte. Una morte ignorata e chiusa in quelle stanze da qualche metro di scotch adesivo. Una morte da non vedere e neanche sentire. Una morte scomoda. La morte in solitudine di chi ha vissuto in solitudine. Una morte da tener lontana, come la puzza.

Proprio lo scorso 30 gennaio la Comunità di Sant’Egidio ha ricordato Modesta Valenti, donna senza dimora, morta nel 1983 a 71 anni alla stazione Termini perché era sporca e il personale dell’ambulanza che doveva soccorrerla si rifiutò di farla salire e di portarla in ospedale. Puzzava, come il coetaneo di Genova. E, dunque, dava fastidio. Lasciata morire perché puzzava. Morire nell’indifferenza, ma anche vivere nell’indifferenza. Anzi nel fastidio.

Il fastidio di essere lì. Senza dimora, fragili, soli. Chiusi in un angolo tra coperte e buste di plastica, uomini e donne chiocciola che portano tutto con sé. Ma c’è anche il fastidio per chi li aiuta. Già perché spesso non dà solo fastidio chi puzza, ma anche chi si china per stare al loro fianco. Il,fastidio di chi non si ferma davanti al l’umanità verità, nella sporcizia e nella puzza. Chi puzza resti da solo. Solo e affamato. Solo e dimenticato. Solo e scartato. Roma come Genova e come le tante città che agli ultimi sanno offrire solo strada e solitudine. Città dove si vive e si muore da soli, perché chi puzza va tenuto lontano, rinchiuso, sigillato.

Fuori dalla vista. Che viva e muoia altrove. Che non disturbi. Anche per non dover correre il rischio di farsi domande, sul perché queste persone siano finite lì e lì stiano ancora. Meglio una striscia di scotch, meglio persino bloccare chi, invece, prova a raggiungerli, aprendo il cuore anche a quella puzza, a quei vestiti sporchi, a quelle parole difficili. Perché è un uomo, perché è una donna. Sempre e comunque una persona. È altra la puzza che dovremmo sigillare.

Come ci ha ricordato più volte papa Francesco. «La corruzione spuzza! La società corrotta spuzza! Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano, spuzza!'. Una puzza che trova ospitalità anche nei palazzi che contano perché per corrotti e corruttori ha il profumo dei soldi. Mentre la puzza degli ultimi, dei fragili, dei dimenticati trova ospitalità tra le mura vaticane, a casa del Papa, e in tanti luoghi della Chiesa in uscita. Non scotch da pacchi per nasconderla, ma braccia fraterne per accoglierla.