Opinioni

Perché la porta resta semiaperta. Il ginepraio euro-turco

Giorgio Ferrari venerdì 25 novembre 2016

«Quello di oggi passerà alla storia come il Consiglio europeo dell’allargamento alla Turchia. Ankara ha detto sì al testo stilato dai Quindici per la sua investitura tra i candidati all’ingresso nella Ue», proclamava la notte dell’11 dicembre 1999 l’allora premier italiano Massimo D’Alema a chiusura del vertice di Helsinki, mentre l’Alto rappresentante per la politica estera Xavier Solana volava nella capitale turca per prelevare d’urgenza il primo ministro Bullet Ecevit, accolto come una star nella fredda Finlandia fra l’entusiasmo generale.

L’ondata di euforia velava per un breve istante i capitoli ancora rimasti aperti fra Ankara e la Ue; due su tutti: la questione della pena di morte (la condanna alla pena capitale per il leader del Pkk Abdullah Ocalan – unico detenuto sull’isola-prigione Imrali – era appena stata ratificata dalla Suprema Corte turca) e la battaglia di Ankara per il riconoscimento della repubblica turca nella parte nord di Cipro.

Ma a quell’epoca di fine millennio un ottimismo generalizzato pervadeva il mondo e in quel clima di rinnovata Belle Époque (dove il tema europeo più spinoso si riduceva al dibattito sulla mucca pazza) le catastrofi politiche, economiche, sociali e soprattutto umane che di lì a poco sarebbero seguite non erano lontanamente immaginabili.


Sono passati diciassette anni da quell’ormai lontano vertice di Helsinki, e forse nessuna nazione come la Turchia di Recep Tayyp Erdogan rappresenta un tale ossimoro geopolico da riuscire perpetuamente a condizionare e a dividere l’Europa e le sue scelte. È di ieri la risoluzione del Parlamento Europeo - approvata con 479 voti a favore, 37 contrari e 107 astensioni - che ha chiesto la sospensione dei negoziati di adesione con la Turchia alla luce delle purghe e delle diffuse violazioni delle libertà fondamentali scattate con il fallito golpe del 15 luglio. Misure che, attesta la risoluzione, «attentano ai diritti e alle libertà fondamentali
riconosciuti dalla Costituzione turca violando i valori democratici fondamentali dell’Unione Europea». Per ora si auspica un congelamento dei negoziati in corso, ma nel caso Erdogan facesse approvare il ripristino della pena di morte (abolita nel 2002), la sospensione sarebbe ufficiale.


Fin qui l’Europarlamento. La cui risoluzione ha certamente un alto valore simbolico quanto non ne ha alcuno sul piano dei vincoli: perché solo i singoli governi dei membri Ue possono sospendere i colloqui con la Turchia. E i singoli governi, come oramai troppo di frequente accade, non sono affatto d’accordo fra loro. E neppure con il Parlamento di Strasburgo, visto che la sua mozione (l’impronta dell’eurogruppo socialista è più che riconoscibile, ma proprio ora il presidente Schulz lascia la poltrona per affrontare Angela Merkel alle elezioni federali del prossimo anno) ha il sapore di un testamento politico, visto che il timone ora passerà ai popolari.


E la Turchia? Erdogan si è affrettato a far sapere che considera il voto «assolutamente non valido», forte di un asso nella manica che a suo tempo è stata proprio la cancelliera Merkel a fornirgli: quell’accordo cioè che limita e in buona sostanza "blinda" 3 milioni di rifugiati – per lo più siriani – entro i confini turchi. Tanto da fargli dire beffardamente: «E quei 3 milioni dove li metterete? È questo il vostro timore. Ecco perché non potete andare fino in fondo».


Chiamiamola Realpolitik, ma della Turchia non si può fare a meno, e tutti lo sanno. L’Italia, la Germania, l’Alto rappresentante Mogherini lasciano più esplicitamente intendere che la porta con la Turchia (quella che un tempo si chiamava Sublime) proprio non la si può chiudere, nonostante tutto. Nonostante le centinaia di arresti, le decine di migliaia di licenziamenti, il bavaglio alla stampa i giornalisti in carcere o in esilio, i magistrati, i militari e i poliziotti in odore di golpe messi ai ceppi o privati del posto di lavoro.

Verrebbe quasi da rimpiangere l’Anatolia di Bullet Ecevit, quando per i turchi l’Europa rappresentava la grande occasione e non un arcigno commissario d’esame che rimanda di continuo la promozione. A quell’epoca Erdogan era soltanto il sindaco di Istanbul, ma anche un militante che aveva conosciuto la prigione per aver declamato pubblicamente questi versi: «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati». Si poteva già comprendere cosa sarebbe diventato un giorno. Come per certe relazioni difficili, il rapporto dell’Europa con la Turchia rischia così di diventare 'né con te né senza di te'.