Opinioni

Editoriale. Chi ha il coraggio di opporsi in Russia

Raffaella Chiodo Karpinsky domenica 17 marzo 2024

«La vita continua, nonostante la guerra»: diceva così, in una vignetta di Altan, uno dei due personaggi rispondendo all’altro che gli aveva appena comunicato di avere un cancro. Si addice questa scena alla vita oggi in Russia. Milioni di abitanti che vivono nel Paese trascinato in una guerra di aggressione da Putin e dalla sua struttura di potere sono chiamati a un voto falso quanto organizzato. Il regime spera di gestire le possibili sorprese: di voto ad altri, di non voto, di annullamento della scheda. Nessuno può onestamente prevedere cosa può accadere alle 12 di oggi. L’appello a ritrovarsi davanti ai seggi come accaduto per il funerale di Navalny o per la raccolta delle firme a sostegno della candidatura Nadezhdin - poi estromesso - è comunque un’incognita.
Che incombe. A pesare potrebbe pure essere la visibilità quantitativa dell’invito a palesare il dissenso, contando sull’apparente impossibilità di reprimerlo, nonostante la videosorveglianza. Come l’andare a un funerale, anche il “libero” e “democratico” esercizio del voto non può essere negato. Le previsioni su quanto si muove nelle cucine e negli animi dei russi sono conti senza l’oste, se si guarda al senso delle cose accadute nel passato recente. I tank dell’agosto ‘91 furono fermati prima di tutto dai moscoviti, che costruirono e presidiarono notte e giorno le barricate alla Casa Bianca (Parlamento della Russia sovietica). Nessuno sembrava avere voglia di tornare al buio dei golpisti, grigi perfino fisicamente in tv sulle note del Lago dei Cigni.

Per i russi, soprattutto i meno giovani, la musica di Tchaikovsky è associata a movimenti tellurici politici. Non a caso Shevchuk, il leader dei DDT, storica banda rock russa, per uno dei brani contro la guerra composto in questo periodo canta con sarcasmo proprio sulle note del balletto più amato al mondo. Come ad agitare uno spettro. In questo quadro, le persone devono comunque fare la spesa, andare dal medico, al lavoro, all’università, stilare le difese degli imputati accusati di tradimento della patria per aver chiamato la guerra con il suo nome, aver diffuso “false notizie sull’esercito”… I giornalisti indipendenti e quelli che scrivono con dignità nei media ancora non censurati lavorano offrendo informazioni sulle conseguenze della guerra. Sono attivisti dell’informazione. Continuano nella raccolta di testimonianze dall’altra Russia. Senza di loro non ci sarebbe il contatto e l’analisi dal ventre del Paese. C’è chi lavora per alleviare le condizioni dei prigionieri politici.

Quelli più o meno noti, negli angoli più remoti del Paese. La preoccupazione per la salute di Kara Murza, Orlov, Skochilenko, Gorinov è altissima, memori di quanto accaduto a Magnitsky e Navalyny. A dicembre la giornalista e attivista per i diritti umani Eva Merkacheva, membro del Consiglio per lo sviluppo della società civile e dei diritti umani (HRC), aveva chiesto la grazia per le donne condannate per crimini non violenti con bambini minori. Una comunicazione ufficiale della Presidenza riporta la grazia per 52 donne, l’8 marzo, tra le quali la donna di Ulan Ude, arrestata durante le proteste per la mobi-litazione, con un figlio minore disabile ora in orfanotrofio. Voci dissonanti dalla Russia anche con la rappresentazione da noi generalmente offerta.

Con Navalny non è morta l’opposizione e, anzi, è necessario più che mai occuparsi del destino sempre più a rischio dei prigionieri politici espressione dell’alternativa al regime. Sono la Russia del futuro, se anche noi sapremo sostenerli. Comunque vadano queste elezioni il futuro è più vicino, più noi sapremo dare loro voce e fiducia. Senza di esse, è difficile immaginare un futuro diverso. Vorrebbe dire affidarsi a una successione nell’élite al potere, dunque alla continuità della repressione di cui, per oltre 20 anni, si è ignorata la ferocia e la scia di sangue versato dagli oppositori liquidati uno a uno sotto i nostri occhi.