Opinioni

Editoriale. Il bradisismo e le riforme. È l'unità che cura

Danilo Paolini giovedì 23 maggio 2024

Trema la terra ai Campi Flegrei e fa paura, risveglia vecchie ansie e alimenta il senso di precarietà che accompagna questo nostro tempo. Con Pozzuoli e i suoi dintorni trema in effetti l’Italia intera, Paese dalle molte fragilità, strutturali e sociali. Oggi è il bradisismo a far sussultare le case e i cuori. Ma appena ieri erano i campi e i comuni invasi dal fango in Emilia Romagna. È la siccità in Sicilia. Sono le frane sulle Alpi, i boschi in cenere d’estate, il crollo del Ponte Morandi di Genova, Milano che va sott’acqua quando piove tanto, Roma che sembra non sapere risolvere il problema dei rifiuti.

Si potrebbe continuare e ci scusiamo per aver dimenticato (non c’è dubbio che lo abbiamo fatto) alcune delle urgenze strutturali, presenti o passate. Diciamo urgenze, non emergenze, perché da decenni andiamo avanti con la logica dell’emergenza e i risultati sono sconfortanti. Sappiamo anche, purtroppo, che cambiare un termine non cambia le cose. A meno che non cambi l’approccio. Quello che manca, sembra, è la piena consapevolezza che il problema degli altri è anche il mio. Lo diceva tanti anni fa don Lorenzo Milani, con una frase che conserva intatta la sua forza: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia».

La politica, qui, è da intendersi nel senso più ampio e, soprattutto, alto: la cura del bene comune. L’avarizia, oggi, è facilmente traducibile con «l’individualismo» che il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, ha indicato all’Assemblea generale dei vescovi italiani come uno dei principali mali del nostro tempo. «Un’Italia da ricucire», ha titolato Avvenire ieri in prima pagina. Un verbo che - insieme ad altri due: «ricostruire» e «pacificare» - era stato usato già sei anni fa dall’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, in apertura dei lavori del Consiglio permanente dei vescovi e in vista delle elezioni politiche. A testimonianza e conferma, se ce ne fosse bisogno, che le urgenze non sono né recenti né di piccolo impatto.

Insieme alla sua terra che soffre, che si secca, che brucia e che si sbriciola, l’Italia trema per l’allargarsi delle fasce di popolazione in povertà (anche tra coloro che hanno un contratto di lavoro), per la precarietà degli impieghi, per la disuguaglianza tra chi ha tantissimo e chi praticamente niente, per la difficoltà dei giovani anche di pagare l’affitto o il mutuo di una casa e di costruire una famiglia (eppure la voglia di farlo non manca, come certifica l’Istat), per la tendenza a escludere quasi preventivamente chi arriva da altri Paesi in cerca di un’esistenza migliore.

Ancora il cardinale Zuppi, nell’omelia della Messa celebrata ieri in San Pietro, ha invitato a «ricostruire il tessuto lacerato dalle divisioni». Parlava del mondo intero, una Babele afflitta da guerre, odio e ingiustizie, sempre bisognosa dello Spirito. Ma la nostra Italia non è cosa altra da questo mondo, né rappresenta un’eccezione. È un Paese ferito, appunto lacerato, un po’ disorientato e che diventa più litigioso: dopo il Covid, le cause civili nei tribunali sono addirittura aumentate. Allora la domanda che dovremmo porci tutti, ma principalmente i vertici delle istituzioni e i protagonisti della politica, è se davvero un Paese così abbia bisogno di riforme come l’autonomia regionale differenziata (sulla quale gli italiani sono già ora divisi, come ha rivelato l’indagine diffusa due giorni fa dalla Fondazione “Con il Sud”) e un premierato che potrebbe privilegiare la stabilità dell’esecutivo a scapito della centralità del Parlamento e del ruolo di garanzia del presidente della Repubblica. Se abbia bisogno di nuovi condoni fiscali e/o edilizi (questi ultimi non di rado all’origine delle fragilità territoriali) o di altre trovate di piccolo cabotaggio che spuntano quasi sempre in prossimità di scadenze elettorali.

O, piuttosto, se questo Paese non abbia una grande necessità di concordia (quando e fin dove si può, ovviamente), di onestà anche intellettuale e di un po’ di sano pragmatismo per trattare i problemi di tutti: sanità, scuola, burocrazia... L’unità, di territorio e di popolo, è la cura di base per ogni fragilità. Un patrimonio da non dilapidare.