Opinioni

Editoriale. Roma, grande bellezza davvero per tutti

Danilo Paolini martedì 2 gennaio 2024

Che Roma non sia loro, ma del mondo intero, i romani lo sanno. La vocazione universale di questa città è millenaria, prima come guida (spesso imposta con le armi) del mondo allora conosciuto e poi come capitale della Cristianità. Mamma Roma, con le sue eterne contraddizioni: santa e meretrice, la grande bellezza e la grande monnezza, morale e materiale. Nel Te Deum di fine anno, con il consueto sguardo paterno e profondo, il suo vescovo papa Francesco l’ha invitata a farsi, o a farsi nuovamente, «città della speranza» in vista del Giubileo del 2025, che comincerà sul finire di questo neonato 2024. Una città che accolga e non emargini, che dietro l’abbagliante splendore dei suoi luoghi senza tempo sappia ravvivare l’autenticità dei rapporti umani e magari il proverbiale sguardo irriverente e solidale sulla realtà. Quello per cui - come nel testo della canzone popolare Fiori trasteverini - «si stai in bolletta noi t’aiutamo però da micchi (fessi, ndr) nun ce passamo».


Questo modo di essere e di vivere i romani di una volta, quando gli antichi rioni ma anche le borgate (popolate da tanti degli “immigrati” di allora, italiani provenienti dalle province laziali o dalle regioni del Sud) erano come paesi, lo sapevano interpretare forse come nessun altro. Oggi quei romani non ci sono più, gli ultimi esemplari viventi sono stati costretti dal mercato immobiliare a “emigrare” - amara ironia della sorte - in periferia, quando non ben oltre il Raccordo anulare. Così, Trastevere è divenuta una delle mete della movida capitolina (putroppo non sempre pacifica e legale), Monti pullula di bed and breakfast, Testaccio e perfino l’area post-industriale dell’Ostiense è comoda residenza della buona borghesia che se lo può permettere.


Con il tempo, pure quello sguardo romanesco scanzonato, quasi un velo di falso cinismo a celare pudicamente un cuore grande, è andato appannandosi. E Roma s’è fatta più egoista, più dura. Anche lei come tanta parte del mondo, oggi sembra convinta che è meglio chiudersi che aprirsi. E che se sei povero, precario, senza casa, in fondo è almeno un po’ colpa tua. Sa essere “esclusiva” sotto tre diversi punti di vista: quello dei grandi problemi che, rispetto ad altre capitali europee, infligge ogni giorno ai suoi cittadini, come il trasporto pubblico insoddisfacente, le strade sporche e spesso accidentate, l’incuria degli spazi verdi, la carenza dei servizi; quello del lusso e delle mille possibilità che offre ai ricchi; quello dell’esclusione che troppo spesso riserva ai bisognosi.


Eppure Francesco ci ha ricordato la «speranza» infusa dall’abbraccio del colonnato di Piazza San Pietro, dove «si muovono liberamente e serenamente persone di ogni nazionalità, cultura e religione». Da qui l’invito ad andare oltre la perenne bellezza, a farne uno spazio vivibile e decoroso per tutti. Un luogo di condivisione per i romani di oggi, per i pendolari, per i turisti, per i pellegrini. Per la coppia di fidanzati della Repubblica Ceca che nella notte di Capodanno, seduti su un marciapiede di via Nazionale con i loro due cani, hanno accettato sorridendo e ringraziando la cena calda offerta dai volontari della Comunità di Sant’Egidio: cannelloni, polpette e lenticchie, mandarini, panettone e pandoro. Per i maturi coniugi che affacciati al balcone dell’hotel di lusso proprio di fronte si apprestavano a festeggiare il nuovo anno. Per Giovanni («Io nun c’ho nome, ma se volete chiamateme Giovanni»), che ha lasciato il suo solito giaciglio nei pressi di via del Corso per fuggire alla folla del 31 e ha trovato riparo con il suo letto di cartone nell’ingresso di una banca in via Torino. Per le signore e i signori che a due passi da lì, elegantissimi, uscivano dal Teatro dell’Opera dove avevano assistito al Don Chisciotte, balletto in tre atti.


«Una città più vivibile per i suoi cittadini è anche più accogliente per tutti», ha sottolineato il Papa. Una considerazione valida sempre, a maggior ragione in occasione di un grande appuntamento spirituale, sociale e istituzionale come il Giubileo ormai dietro l’angolo. Perché se è vero che tutte le strade portano a Roma, deve essere vero anche che tutte le strade partono da Roma. A cominciare da quelle della speranza e della solidarietà.