Opinioni

Il caso del Tribunale di Bari. Giustizia bloccata (e non solo dai gatti)

Danilo Paolini venerdì 1 giugno 2018

A Bari, in via Nazariantz, c’è un parcheggio sterrato dove sono state montate alcune tende. La notte scorsa in una delle tende sono penetrati animali, probabilmente gatti, lasciando tracce facilmente immaginabili. Il fatto è che la tenda è l’Aula 1 del Tribunale penale del capoluogo pugliese. Può sembrare incredibile, anzi lo è senz’altro, ma il cartello appeso fuori non lascia dubbi. E, in effetti, il parcheggio è quello del palazzo di giustizia, sgomberato qualche giorno fa perché dichiarato inagibile. Perciò, in attesa di un’altra sede, magistrati, avvocati, cancellieri, impiegati, eventuali imputati e parti lese si sono dovuti trasferire nelle tende. Ovviamente solo per udienze di rinvio ad altra data, come se non bastassero le lungaggini “ordinarie” della patria giustizia.

Ma ieri, nell’Aula 1, niente udienze: i gatti (speriamo che fossero solo gatti) hanno reso inagibile anche la tenda. Ecco, dunque, una validissima ragione per indignarsi, in un Paese dove l’indignazione a minuti alterni, preferibilmente sui social media, è ormai diventata sport nazionale al pari non del calcio, ma delle polemiche sul calcio. Si badi, la questione del palazzo di giustizia barese non è nuova. Anzi. Venerdì scorso, quando è stata alzata bandiera bianca, il procuratore Giuseppe Volpe ha dichiarato che «da almeno 15 anni» il ministero della Giustizia riceveva segnalazioni circa la precarietà dell’edificio. Il ministero, manco a dirlo, sostiene il contrario. Però da tre anni non pagava l’affitto adducendo «l’inadeguatezza dell’immobile, soprattutto dal punto di vista strutturale e manutentivo».

Fatto sta che l’agibilità, dopo l’iniziale sospensione, ieri è stata revocata definitivamente, come ha annunciato il sindaco Antonio Decaro, dopo un sopralluogo del capo della Protezione civile nazionale Angelo Borrelli: il palazzo rischia di crollare.

E al di là della vicenda, che ci si augura venga risolta al più presto e nel miglior modo possibile, è fin troppo facile, ma forse inevitabile, guardare al tribunale di Bari come allo specchio della nostra Italia, in questi giorni e ore così convulsi, confusi e ansiogeni. La giustizia è, del resto, una di quelle funzioni che i cittadini devono necessariamente affidare allo Stato. Non si può fare da soli, anche se nel “contratto” messo a punto dalla maggioranza Lega-M5s che si appresta a governare c’è una modifica molto estensiva, per così dire, del concetto di legittima difesa. Nel medesimo documento, stesso capitolo, è prevista «un’efficace riforma della prescrizione», non meglio dettagliata. Tuttavia oltre alla prescrizione dei reati, una vera e propria epidemia annua, rischiamo seriamente la prescrizione del servizio giustizia. Il caso di Bari è infatti clamoroso, ma non isolato: disagi, disservizi, intasamenti, smarrimenti di pratiche (la carta la fa ancora da padrona, alla faccia dell’informatizzazione del processo; montagne di carta) sono all’ordine del giorno in tutti i distretti giudiziari. Sotto questo aspetto sì, da noi la legge è irrimediabilmente uguale per tutti.

Perciò c’è da auspicare che l’esecutivo del tutto inedito nato ieri sera dopo una lunga e faticosa gestazione metta tra le priorità della sua agenda la giustizia. Ma intesa, appunto, come servizio. Non pene più severe (a contare tutte le volte che sono state inasprite, dovrebbero essere già severissime...), non interventi spot, non proclami elettorali (qui siamo sempre in campagna elettorale, anche dopo le elezioni), bensì tribunali che funzionino. E, possibilmente, che non crollino. L’unica consolazione è che il proprietario dell’edificio di Bari è l’Inail: lo sgombero è stato di sicuro un impeccabile intervento di prevenzione di infortuni sul lavoro.