Opinioni

Il caso di Livorno e il fallimento dell'affido condiviso. Figli rapiti da padri emarginati

Luciano Moia lunedì 10 agosto 2015
Inutile indignarsi con Andrea Del Grande, il padre separato di Livorno che l’altro ieri si è allontanato con il figlio di cinque anni, facendo perdere le tracce per qualche ora. Inutile indignarsi con gli altri padri separati e divorziati a cui la rabbia, l’esasperazione, il senso di impotenza, la sensazione di essere inermi di fronte alle decisioni della legge e alla malaburocrazia giudiziaria, suggeriscono gesti razionalmente senza sbocchi, spesso inutili, talvolta pericolosi. In ogni caso esecrabili. Solo la sofferenza sorda e profonda di un padre che per mesi, spesso per anni, non riesce più a vedere i propri figli dopo la separazione, può contribuire ad alterare a tal punto i contorni della realtà da consigliare scelte così insensate. Eppure succede. E succederà ancora se non sarà spezzato il pesante cerchio di discriminazione e di solitudine che contribuisce all’isolamento dei padri separati. La discriminazione è una conseguenza diretta della fallimentare legge sull’affido condiviso e di una mentalità giudiziaria che continua a considerare la madre – "categoria" contro cui, beninteso, non abbiamo alcuna riserva – come preferibile nel ruolo del cosiddetto "genitore collocatario". E questo genitore, che in otto casi su dieci è appunto la madre, ha di fatto le più ampie possibilità per escludere l’ex coniuge dalla vita del figlio. Per dilazionare o addirittura per cancellare gli incontri, inventando tutta una serie di impedimenti fittizi. Ogni vicenda, naturalmente, è una storia a sé, con le sue incomprensioni, le sue delusioni, le sue angosce, e non è questa la sede per presentare una casistica. Ma quando si innalzano sbarramenti di questo tipo, quando la guerra tra ex arriva a servirsi di questi mezzi di ricatto e di vendetta, la maggior parte dei padri separati alza bandiera bianca. Perché è consapevole che in uno scontro giudiziario a colpi di ingiunzioni e di diffide, sarebbero i figli, già vittime per le incomprensioni degli adulti, a subire conseguenze psicologiche ancora più spiacevoli. Ma dopo mesi, talvolta dopo anni – da due il padre di Livorno non riusciva a vedere il proprio bambino – la scelta, da coraggiosa e responsabile diventa faticosa, spesso insopportabile. Scatta la voglia di spezzare l’accerchiamento, cresce la paura di risultare sempre meno significativo agli occhi di figli lontani o comunque inavvicinabili. I padri che non hanno la fortuna di imbattersi in un’associazione specifica che offra loro sostegno e conforto, vivono queste situazioni nell’angoscia della solitudine. Sempre più spesso poi, il quadro è complicato da problemi economici che contribuiscono ad annebbiare le prospettive. No, non sono eroi negativi, presenze distruttive o pericolosi invasati i padri che non riescono più a sopportare la separazione anche dai figli. Spesso sono solo vittime di situazioni che, se in parte hanno contribuito a determinare, finiscono poi spesso per stringerli in spirali soffocanti di ingiustizia e di solitudine, dove l’assenza di strutture sociali di supporto si somma all’indifferenza del legislatore. Ci siamo preoccupati di rendere velocissimi i tempi del divorzio, fingendo di ignorare che dietro ogni addio, soprattutto in presenza di figli, c’è sempre un lungo, inestricabile intreccio di sofferenza. E che, quando ci si accosta ai drammi delle disgregazioni familiari, più che la fretta dell’ideologia, serve la pacatezza e la misura del buon senso.