Opinioni

Voglia di vita (e di figli) da ritrovare. Quei giovani, i nostri vuoti

Marina Corradi martedì 5 aprile 2011
Li vediamo sbarcare fradici e sfiniti, o caricati in massa su navi che li trasportano verso campi da cui cercheranno di scappare. Ma c’è un elemento che salta agli occhi del più distratto spettatore di tg: come sono giovani, quei ragazzi sui gommoni. Vent’anni, venticinque, anche di meno. Forti abbastanza da superare notti in alto mare, o all’addiaccio; e baldanzosi nel toccare la terra italiana. Scritta in faccia, negli occhi, una determinazione assoluta: ce la faremo; comunque, non torneremo indietro. E certo, ci spiegano, quest’onda è generata dalla rivoluzione in Libia, che ha ributtato in Tunisia 150 mila immigrati: è insomma un’emergenza che si cerca di far rientrare. Ma noi continuiamo a vedere, oltre ogni parola, quell’evidenza: quanto sono giovani. Un esercito di ragazzi che si aggrappa ai bordi dell’Europa, si arrampica a violarne i bastioni. Perché ci prende allora, inconfessata, una sottile ansia, che va al di là dei problemi immediati di accoglienza e ordine pubblico?È che noi siamo vecchi, lo è l’Europa e anche l’Italia lo è sempre di più.  L’età media delle popolazioni nordafricane è attorno ai 27 anni: giovani, mentre in Italia solo il 10 % della popolazione è nell’età fra i 15 e i 24 anni, quella dei ragazzi dei gommoni. Un’inquietudine ci prende davanti alle immagini da Lampedusa: come se questi ventenni, e gli altri dall’Africa e dall’Est, venissero a prendere il posto dei figli che l’Occidente non ha avuto, a colmare il vuoto generazionale aperto nell’Europa della fecondità avara. Come se, in un equilibrio di vasi comunicanti, gli uomini inesorabilmente tendessero a ridistribuirsi. Non sanno, i ragazzi del Maghreb, niente della crisi demografica dell’Europa, ma è come se istintivamente percepissero che uno spazio per loro, anche se noi diciamo di no, qui c’è.Basterebbe del resto guardare una qualsiasi tv occidentale con gli occhi loro, per capire che questa Europa appare, appena al di là dei suoi confini, una terra prospera: dove si mangia abbastanza perché altri possano vivere di ciò che resta sulla tavola. Non è vero forse? Negli ultimi anni gli italiani hanno perduto molte migliaia di posti di lavoro, mentre gli immigrati ne hanno guadagnato quasi altrettanti, prendendo i lavori che i nostri figli giudicano inaccettabili. Intuiscono un varco: poche centinaia di euro al mese, un letto in una camera affollata. Basta, per cominciare. E nella sostanza non è una storia molto diversa da quella di tanti italiani che negli anni Cinquanta partivano per la Ruhr.Ma la sfacciata giovinezza dei giovani tunisini, oggi, confrontata con i nostri invecchiati orizzonti, ci fa pensare a qualcosa di più che una contingenza della cronaca; ci fa pensare che quello a cui assistiamo sia storia. Che i barconi gremiti siano parte di un movimento inarrestabile. Ci spaventa la massa che preme, altra da noi; ci spaventa tanto che l’Europa non vuol saperne niente, e la Francia chiude ermeticamente i suoi confini. Abbiamo addosso un oscuro timore: là dove si è creato un vuoto, arriveranno altri, a riempirlo. È ciò che è sempre accaduto, del resto. Ma, l’Occidente, la sua cultura, la sua fede, che ne sarà fra cinquant’anni, se i figli saranno, in tanti, figli degli altri? Seria domanda, che già indica come sia illusorio pensare solo e  semplicemente di blindare il Mediterraneo (prima o poi nel punto di minore resistenza il flusso riprenderebbe, come per legge di natura).Non può bastare. Naturalmente dobbiamo aiutare lo sviluppo delle economie di quei Paesi. Ma, da questa parte del mare, abbiamo bisogno di voglia di continuare, e di coraggio, e di figli. Ci preoccupiamo tanto oggi, da noi, di garantirci una "degna" morte. Chissà quelli dei gommoni, che ne pensano. Alzerebbero le spalle: la morte? Per noi, direbbero, viene quando vuole,  anche a vent’anni, in una notte in mezzo al mare. Non abbiamo tempo per pensare alla morte, noi, ragazzi del Maghreb: noi che partiamo sfidando il destino, noi che vogliamo, con tutte le nostre forze, vivere.