Opinioni

Giustizia e politica. Contro le tentazioni di fascismo serve più educazione

Elisa Pazé mercoledì 7 febbraio 2024

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Qualche anno fa Michela Murgia ha pubblicato un libro dal titolo provocatorio, Istruzioni per diventare fascisti, sottotitolato “Fascista è chi il fascista fa”, in cui ravvisava il rischio di una lenta mutazione del Dna politico degli italiani che passa attraverso l’invocazione di un uomo forte al comando, la creazione di un “nemico” (di volta in volta, gli immigrati, gli islamici, i buonisti, le femministe, gli omosessuali), la legittimazione della violenza nel linguaggio e a fini di difesa privata, l’inquinamento della memoria storica.

Pare essersi mossa in tutt’altra direzione la Corte di cassazione a sezioni unite che, risolvendo il contrasto che si era manifestato in giurisprudenza, il 18 gennaio ha dato una lettura restrittiva a due disposizioni penali scritte in modo chiaro, senza “se” e senza “ma”: una prevista dall’art. 5 della legge Scelba del 1952, che punisce per il reato di manifestazione fascista «Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista», l’altra contemplata dall’art. 2 della legge Mancino del 1993, che reprime «Chiunque in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi» che perseguono «l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi».

Secondo la Cassazione, chi ad una pubblica manifestazione risponde alla chiamata del “presente” facendo il saluto romano commette il primo reato unicamente se da tale condotta deriva il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista e il secolo reato solo a determinate condizioni.

Una siffatta delimitazione dell’area delle condotte penali non è una novità. Nel 1958, la Corte costituzionale, sollecitata da tre pretori che dovevano giudicare di saluti romani e di porto di una camicia nera in occasione di eventi e manifestazioni di carattere nostalgico, aveva ritenuto legittima la norma della legge Scelba purché non interpretata alla lettera, dovendo il fatto incriminato essere commesso in circostanze tali «da renderlo idoneo a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste».

Già l’anno precedente i giudici costituzionali avevano sostenuto, con riferimento alla disposizione “gemella” di apologia di fascismo, che il reato sussiste non in presenza di una mera difesa elogiativa, ma di «una esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista».

Nell’attesa di conoscere le motivazioni addotte dai giudici della Corte di cassazione, possono farsi fin d’ora tre riflessioni.

La prima: la sentenza si traduce in un invito a maneggiare con cautela lo strumento penale, specie quando viene in gioco la libertà di manifestazione del pensiero e le espressioni di adesione ideologica non si accompagnano ad una reale offensività. La direzione è quella del “diritto penale minimo” invocato da più parti. A fronte di questo restringimento della tutela penale quando le condotte nostalgiche non mettono effettivamente in pericolo le istituzioni democratiche, rimane ferma nella giurisprudenza amministrativa l’esclusione dalle competizioni elettorali delle formazioni che si riallacciano esplicitamente al ventennio e la legittimità del rifiuto degli enti locali di concedere loro spazi pubblici a fini propagandistici, strumentali alla costituzione di partiti di stampo fascista.

Seconda considerazione. Da molti anni ormai, al di là dei proclami, si assiste a una moltiplicazione dei reati e a un aumento smisurato delle sanzioni, anche a fronte di episodi di modesta offensività che sarebbe opportuno contrastare al più con strumenti amministrativi e dando risposte di carattere politico. Si rischia così una bancarotta del sistema penale, stante l’impossibilità di celebrare gran parte dei processi senza incorrere nella prescrizione e la mancanza di carceri capaci di contenere tutti i condannati a pene detentive.

Infine, partendo dalle riflessioni di Michela Murgia, occorre ragionare su come contrastare atteggiamenti in contrasto con i valori costituzionali di solidarietà e inclusione su un piano più incisivo ed efficace di quello meramente repressivo, capovolgendo la narrazione che identifica in chi salva vite i nuovi pirati e che contrappone i poveri ai più poveri, legittimando per contro egoismi di ogni sorta ed evasione fiscale.

L’anno scorso, dopo che l’8 febbraio un gruppo di giovani di Azione studentesca aveva aggredito alcuni allievi del liceo classico Michelangiolo di Firenze, la dirigente dell’istituto ha sentito il dovere di scrivere una lettera agli studenti ricordando che «il fascismo è nato ai bordi di un marciapiede qualunque». Ripartire dalle scuole e dalla formazione culturale delle nuove generazioni appare la via maestra per eradicare il fascismo.

Sostituto presso la Procura della Repubblica di Torino, membro della Commissione esaminatrice del concorso per la magistratura