Opinioni

La lezione dell'assemblea conclusa in Vaticano. Dalla semina del Sinodo il metodo per le nuove sfide

Salvatore Mazza martedì 21 ottobre 2014
Il Sinodo sulla famiglia – due settimane serrate di lavori – è stato quello che Papa Francesco voleva. Un confronto 'ampio' e 'franco', aperto all’ascolto, in cui ciascuno ha detto quello che sentiva con quella 'parresìa' – la totale libertà di espressione e di spirito – incoraggiata dal Pontefice nel giorno di apertura dell’assemblea, e senza la quale non c’è sinodalità: perché, come Francesco disse ancora quel 6 ottobre, «bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire, senza rispetto umano, senza pavidità, e al tempo stesso si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli». Il risultato è stato un Sinodo dei ritmi serrati, dove il carico di passione che i partecipanti hanno investito nel dibattito, se una volta di più ha inequivocabilmente affermato come il tema della famiglia sia cruciale per la Chiesa, ha dimostrato qualcosa di molto più importante: che cioè «nella Chiesa assistita dallo Spirito – come ha affermato il cardinale Angelo Scola – alla fine, come si potrà vedere, la comunione sempre prevale». «Tanti commentatori – ha osservato il Papa nel discorso conclusivo di sabato scorso – hanno immaginato una Chiesa in litigio», quando la «varietà di carismi» non è certo «motivo di confusione e di disagio», quanto piuttosto il contrario. La Relatio Synodi, ovvero il documento che in 62 punti riassume il risultato di queste due settimane di lavoro, e che viene consegnato come documento di lavoro per la prossima Assemblea ordinaria in programma tra un anno, è il riflesso perfetto di quanto sottolineato da Francesco, il quale, non a caso, ha voluto che in calce al testo venissero riportati i risultati del voto ('placet', 'non placet') sui singoli punti. Un documento da leggere e valutare nel suo insieme, e dal quale ruolo, sfide e futuro della famiglia vengono inquadrati e proiettati in un grande affresco pastorale che, dentro la grande tradizione dottrinale degli ultimi cinquant’anni, sollecita tutta la comunità dei credenti a un’attitudine più coraggiosa, 'audace' nel senso proprio del termine. È l’atteggiamento 'in uscita' tanto caro a Bergoglio, e a proposito del quale è illuminante l’auto-correzione del Papa alle sue stesse parole quando, sabato, ricordando che il primo dovere dei pastori è di accogliere le pecorelle smarrite, ha detto: «Ho sbagliato, qui. Ho detto accogliere: andare a trovarle». Perché questa è la Chiesa «che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone» e che «non ha paura di rimboccarsi le maniche». Visti in questa prospettiva, e nell’insieme del documento, gli stessi punti più controversi emersi dal dibattito – i paragrafi 52 e 53 sull’ammissione a Riconciliazione ed Eucaristia delle persone divorziate e risposate, e il 55 sulla pastorale verso le persone omosessuali, ovvero i tre punti della Relatio che non hanno ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi – non appaiono tanto punti di frattura (frettolosamente attribuiti a una mera 'contrapposizione' tra 'progressisti' e 'conservatori'), quanto piuttosto come la consapevolezza di una sfida ulteriore. Ulteriore e ineludibile, e per questo consegnata alla riflessione del prossimo Sinodo. Ha detto, splendidamente, il cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo sudafricano di Durban: «Penso che questo sia l’aspetto più importante del documento: il fatto di dover presentare in uno spirito onesto e aperto quello che è veramente stato detto dai membri del Sinodo, specialmente nei Circoli minori. Non è un compito facile quello di includere le idee di tutti, quando ci sono tutti gli orientamenti e si cerca di racchiuderli in uno solo. Ma penso che siamo riusciti abbastanza bene a evidenziare le cose principali».  È proprio questo, alla fine, il senso della sinodalità vera di cui questa Assemblea è stata splendida icona, anche nella vivacità del dibattito. Il Papa l’ha detto con quieta confidenza: «Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni, questo movimento degli spiriti, come lo chiamava sant’Ignazio, se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace». Sinodalità di una Chiesa con una chiara gerarchia, ma in cui non ci sono sudditi e il cui senso continua forse a sfuggire nel tentativo di leggerne le pieghe con gli occhiali e le categorie secolari, a cominciare dai concetti di 'democrazia' e 'parlamento'. Sinodalità in cui il progredire non è, appunto, un obiettivo da perseguire a colpi di maggioranza quanto piuttosto l’esito di un 'camminare insieme'; che può – ed è inevitabile – trovarsi di fronte a inciampi, ostacoli, difficoltà, ma è sempre e comunque un cammino di vera comunione, in cui si avanza insieme. Unico stile che, come ha detto il Papa, può salvare dalla doppia 'tentazione' in agguato: l’'irrigidimento ostile' di quelli che ha definito 'tradizionalisti e intellettualisti' e il 'buonismo distruttivo' dei 'progressisti e liberalisti'.   Per tutto questo, a conclusione dell’assemblea Papa Bergoglio ha voluto che si celebrasse la cerimonia di beatificazione di Paolo VI, e ha citato le parole con le quali Montini istituì il Sinodo: «Scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi... alle accresciute necessità dei nostri giorni e alle mutate condizioni della società». Se si segue il lungo filo rosso che lega la storia della Chiesa dal Concilio in avanti, è questo l’impegno che il Sinodo straordinario sulla famiglia s’è assunto, con coraggio, mostrando al mondo la Chiesa così com’è.  Questo, alla fine, è il suo compito. Perché, come ha detto il Papa domenica scorsa, sperare in Dio non è «una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che gli appartiene». Ed «è per questo che il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita – con i piedi ben piantati sulla terra – e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove». Esattamente quel che è successo col Sinodo, con una Chiesa «chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza». «Abbiamo seminato e continueremo a seminare con pazienza e perseveranza». L’appuntamento, adesso, è a ottobre del 2015.