Opinioni

Una testimonianza di Papa Wojtyla. Come si sente l’uomo chiamato?

Marina Corradi martedì 12 marzo 2013
Come si sente un uomo sotto la volta della Cappella Sistina, quando le schede dell’urna dicono il suo nome, e ancora, e di nuovo quel nome è inesorabilmente ripetuto? Sotto al gran cielo del Giudizio, come si sente un uomo, quando d’improvviso tutta la sua vita gli si svela come da sempre orientata a quell’ora, a quell’istante? Giovanni Paolo II alla Sistina ha dedicato il suo Trittico romano, e più volte ha ricordato quel giorno, in quell’aula – quando l’antico rettore del suo Seminario Maximilien de Furstenberg gli annunciò, in latino: «Magister adest, et vocat te». Ma c’è un passo di un discorso del dicembre 1999 in cui il Pontefice polacco descrive il San Pietro del Perugino, nel ciclo parietale della Sistina, e pare quasi un parlare autobiografico. L’apostolo riceve la grande chiave da Cristo, ma, disse Papa Wojtyla, «è delineata sul volto di Pietro la toccante espressione di umiltà con cui egli riceve l’insegna del suo ministero, stando in ginocchio e quasi indietreggiando davanti al Maestro. Si direbbe un Pietro rannicchiato nella sua pochezza, trepidante, sorpreso da così immensa fiducia e desideroso, per così dire, di scomparire, perché solo il Maestro resti visibile nella sua persona». Stando in ginocchio e quasi indietreggiando, «rannicchiato nella sua pochezza». Così si sente un uomo ancora oggi, nella magnificenza della Sistina, quando è il suo nome che viene pronunciato? L’immagine di Wojtyla fa pensare che, in quell’attimo, per prima si affacci la coscienza di ciò che si è, del proprio esser poco, e la memoria delle volte che questo "poco" si è fatto dolorosamente evidente (Pietro si rannicchia, quasi, sgomento, sembra volersi fare più piccolo). Ma subito dopo c’è lo sbalordimento della straordinaria fiducia accordatagli, fiducia che come un torrente gonfio travolge e vince tutti i "ma", tutte le riserve: volendo l’eletto a quel punto scomparire, e che solo Cristo traspaia, attraverso il suo povero volto di uomo. «Lo sguardo rapito – continuano le parole di Giovanni Paolo II – fa indovinare sulle sue labbra non solo la confessione di Cesarea di Filippo – "Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente" – ma anche la dichiarazione di amore fatta al Risorto dopo l’esperienza amara del rinnegamento: "Tu lo sai che ti amo"». All’eletto dunque torna in mente in quel momento l’istante, magari adolescente, magari addirittura infantile, del suo innamoramento per Cristo, bruciante, senza possibilità di compromesso – ciò che ha deciso di tutta la sua vita. Ma, anche, si ripresenta il ricordo più maturo e dolente che segue il tradimento; quando, tornando indietro a capo chino da una strada smarrita, un cristiano non può che dire, sommessamente: me ne ero andato, ma tu lo sai in realtà, che ti amo. «È il volto di chi è ben consapevole di essere peccatore, e di aver bisogno di continuo ravvedimento per poter confermare i suoi fratelli», continua Giovanni Paolo II. La prima coscienza del nuovo erede di Pietro, testimonia uno di loro, è quella di essere un peccatore; quella santa umile certezza di non essere il migliore, il più saggio, il più valoroso, ma il sapersi invece un niente, mendicante di Cristo. «È un volto – aggiungeva ancora Giovanni Paolo II – che dice assoluta dipendenza dagli occhi e dalle labbra del Salvatore, esprimendo così mirabilmente il senso del servizio universale di Pietro, posto nella Chiesa, con gli apostoli di cui è capo, a rappresentare visibilmente il Cristo, il "Pastore grande delle pecore", sempre presente in mezzo al suo popolo». «Assoluta dipendenza»: come un bambino molto piccolo che fissi la madre. Gli occhi su quel volto da sempre cercato, che ora si palesa, e imperiosamente chiama. Come si sente un uomo, in quel momento, sotto la volta della Sistina? Parola di un Papa e di un beato: Karol Wojtyla così ce lo ha raccontato.