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LA TRAGEDIA DIMENTICATA. «Somalia come uno tsunami» E la politica apre gli occhi

Arturo Celletti domenica 31 luglio 2011
«È come un terribile tsunami. Come un devastante terremoto. Lo scriva: la Somalia è piegata da una catastrofe umanitaria e nessuno di noi può più restare a guardare». Giorgio Tonini, capogruppo del Pd in commissione Esteri a Palazzo Madama, si ferma qualche istante. Poi riprende a parlare di un dramma che sconvolge un pezzo di Africa. «Lì stanno morendo come mosche e qui si fatica a partire. A organizzare una catena di solidarietà, un tampone umanitario... Tante volte ho l’impressione che qualcuno pensi alla Somalia come un basket case, un caso da cestinare. Sa come quando un medico ti dice "ho provato tutto, ma non c’è nulla da fare". Ma non può essere così, non deve essere così». Ora il Palazzo si interroga, riflette, prova anche a muoversi. Alfredo Mantica, il sottosegretario agli Esteri che meglio di qualsiasi altro uomo politico conosce la Somalia, martedì sarà a Brindisi e da lì partirà per Nairobi con un aereo carico di viveri. Destinazione finale Dadaab, il campo profughi al confine tra Kenia e Somalia. È laggiù l’altro volto dell’inferno: attrezzato per ospitare 90 mila persone, oggi ne conta più di 400 mila. Qui – ripetono anche in una Montecitorio – i bambini hanno il 50 per cento di possibilità di sopravvivere. Qui le madri arrivano dopo aver perso i figli durante il tragitto. Qui si attende in fila per cinque giorni senza né acqua né cibo per completare le procedure di registrazione.«È un’emergenza che durerà mesi e noi non possiamo più stare a guardare», ripete il responsabile Esteri del Pd Lapo Pistelli. Le Nazioni Unite si sono mosse. Hanno fissato una soglia per far fronte all’emergenza: 1 miliardo e seicento milioni di dollari. «Ne hanno trovati anche la metà, poi si sono appellati ai singoli Paesi», rivela Pistelli che ora punta l’indice contro il governo italiano: «Beh, la Gran Bretagna ha stanziato sessanta milioni di euro, la Germania trenta, la Spagna dodici, il Brasile 20... L’Italia? Mantica ci ha detto 800 mila euro». Torniamo allora da Mantica. «È il dato che ho comunicato tre settimane fa. Poi abbiamo trovato altri 2 milioni e mezzo di euro... Poco, è vero. E pochi sono gli 8 milioni stanziati per la Somalia negli ultimi due anni. Ma l’Onu è una macchina infernale e i soldi non sono la prima cosa. In Somalia si ha maledettamente bisogno di risposte tempi rapidi e i tre mesi che passano tra la raccolta dei fondi e l’arrivo degli aiuti sono tempi inaccettabili». Dietro quelle parole si agita un messaggio chiaro. E prende forma l’esigenza di saltare le procedure burocratiche e dare velocità alle operazioni. «Già perché questo non è il momento di discutere gli aspetti politici. C’è solo da mettere in moto la macchina di aiuti», ripete Tonini. Enrico Pianetta, uno dei deputati pidiellini della commissione Esteri, sottoscrive quell’ultimo messaggio: «Non servono più considerazioni ovvie, bisogna solo rimboccarsi le maniche. Lì la gente muore, Manca cibo, acqua, sanità. Servono soldi, risposte, ma servono anche attenzioni e segnali. Uno? L’apertura dell’ambasciata italiana a Mogadiscio».Non è un’ipotesi e Mantica spiega il piano e i tempi per realizzarlo. «Si tratta di essere sul territorio, di riprendere il controllo di una città fantasma. Sì, tra ottobre e novembre apriremo l’ambasciata». Tutto è però maledettamente complicato. A Mogadiscio. E in tutta la Somalia. «È complicato certamente fare arrivare gli aiuti. Alcune zone del Paese sono off limits, controllate dai militanti della milizia di al-Shabab, che nel passato hanno ucciso diversi cooperanti e che non vogliono aiuti occidentali», spiega Deborah Bergamini  deputata del Pdl e presidente di Centro Nord Sud un’organizzazione del Consiglio d’Europa con sede a Lisbona. Mantica conferma e azzarda un parallelo con un altra carestia, quella del ’93. «Ricordo l’operazione restore hope, restituire speranza... Beh la speranza non venne restituita. I somali sparavano contro quelli dell’Onu mentre la carestia continuava a uccidere».Ora l’obiettivo è uccidere l’indifferenza e la sfida sembra almeno in parte vinta. Con fatti. Con segnali. C’è l’ambasciata a Mogadiscio. E non è l’unica notizia. Presto, infatti, l’ex sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver potrebbe essere nominata rappresentante speciale dell’Onu per il Corno d’Africa. «Dobbiamo vincere questa tragedia del silenzio. Dobbiamo accendere i riflettori, scuotere le coscienze», ripete la Bergamini che promette iniziative. «Porterò una risoluzione in Consiglio d’Europa. Perchè ora abbiamo solo un obbligo: tenere alta la guardia». Qualcosa comincia a muoversi e anche nei gesti simbolici dei nostri parlamentari si coglie una nuova attenzione. Gianrico Carofiglio, scrittore di successo e senatore del Pd, qualche giorno fa ha deciso di scrivere una lettera a deputati e senatori e di leggerla in Aula. Il messaggio era chiaro: diamo una quota di diaria, 226 euro ognuno di noi. Se i mille parlamentari sposano l’iniziativa possiamo fare un sacco di cose». Carofiglio incassa adesioni, ma intanto ammette sottovoce: «Provo vergogna che possano ancora esserci così tante somalie, ma mi faccia stare zitto... Sembra che uno si voglia fare pubblicità...». Serve però parlare. Serve tenere accesa la luce. Tonini l’ammette convinto: «Beh almeno la Chiesa e il vostro quotidiano ha acceso i riflettori». La Bergamini lo segue: «Un milione di bambini rischiano la vita e i media possono fare molto». Mantica capisce quelle parole. Capisce l’importanza delle foto che ha scattato a Mogadiscio nel blitz di quindici giorni fa e che ha portato in una trasmissione televisiva toccando coscienze e accendendo speranze. E ora? «Ora muoviamoci. Prendiamo decisioni. Portiamo aiuti. serve concretezza, la politica può poco».