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AFRICA. Somalia ferita sotto il tallone degli shabaab

Giulio Albanese domenica 5 settembre 2010
Qualcuno li ha definiti «taleban d’Africa». Anche loro vanno in giro con kalashnikov e Rpg, ostentando la stessa intransigenza dei miliziani afghani. Basta dare un’occhiata ai dispacci lanciati in questi giorni da Mogadiscio e dintorni, per rendersi conto dei disastri che questi invasati stanno perpetrando nella capitale somala.Stiamo parlando degli aderenti al famigerato movimento al-Shabaab (dall’arabo, “La Gioventù”), noto anche come Ash-Shabaab, Hizbul Shabaab (dall’arabo, “Il Partito della Gioventù”). Dicono di voler rovesciare il governo di transizione del presidente Sheik Sharif Sheik Ahmed, che controlla a malapena pochi scampoli di territorio nella capitale, ormai ridotta a un cumulo di macerie. Se non fosse per il dispiegamento dei peacekeeper dell’Amisom, sotto l’egida dell’Unione Africana, sarebbero già al potere da tempo. Combattono in nome del jihad («la guerra santa») con in tasca il masbah, il tradizionale rosario musulmano, sgranando e recitando gli appellativi di Allah tra una sparatoria e l’altra. Il sistema giurisprudenziale, che intendono imporre con la forza, è fondato sulla Sharìa, la legge islamica; per cui non hanno problemi a lapidare adultere e a mozzare mani a ladri e malfattori. Hanno impedito alla gente di seguire in televisione i Mondiali di calcio del Sudafrica, giudicando la manifestazione espressione della bieca propaganda occidentale. Recentemente si sono sparpagliati per le strade della città costiera di Chisimaio, nella Somalia meridionale, vietando ai residenti d’indossare jeans o pantaloni di fattura non autoctona. Hanno addirittura tagliato pubblicamente i capelli ai giovani, ordinando loro di lasciarsi crescere la barba. Come se non bastasse, rifuggono la danza, il cinema e il teatro, e pure le suonerie telefoniche e i videogiochi, vietandone l’uso perché indecente e peccaminoso.Gli shabaab dicono d’essere seguaci di Osama Benladen e vanno fieri per questa loro identità. L’elemento “qaedista” è sicuramente la novità che oggi inquieta maggiormente la comunità internazionale, di fronte al progressivo disgregamento della società somala e delle leggi consuetudinarie che per millenni hanno retto i rapporti tra i diversi clan del Paese. Una nuova generazione si affaccia, formata dalle scuole coraniche, che dovrebbero imprimere il nuovo corso rivoluzionario.Ma chi sono davvero gli shabaab e soprattutto chi li ha foraggiati d’armi e munizioni? Quando, nella seconda metà del 2006, le Corti islamiche controllavano Mogadiscio, i ribelli erano poche centinaia e rappresentavano l’ala radicale del movimento somalo che in quel momento era al potere. Le Corti, è bene rammentarlo, raggruppavano anche altre realtà moderate della società somala, che erano stanche del predominio dei “Signori della guerra”, i quali fino a quel momento avevano il controllo della capitale. Nonostante il parere contrario della diplomazia europea, l’allora presidente Usa George W. Bush sostenne l’invasione della Somalia da parte del governo etiopico. Con il risultato che quella spedizione militare non solo fu fallimentare, ma rafforzò politicamente e militarmente al-Shabaab. A finanziarli, dietro le quinte, sono stati in molti. Anzitutto, vi sarebbero forti legami col movimento salafita saudita, lo stesso che ha generato il fantasma di Benladen; avrebbero inoltre legami per le forniture di armi con la sponda yemenita. Ma in questi anni il loro grande alleato è stato il presidente eritreo Isaias Afewerki, che ha dato ai ribelli appoggio logistico e militare. Attualmente pare che la cooperazione con Asmara si sia attenuata, anche se i legami politici rimangono saldi. Com’è noto l’Eritrea vede come il fumo negli occhi il governo etiopico; tra i due Paesi è praticamente in atto dal 2000, a seguito degli accordi di Algeri, una sorta di “guerra fredda”, i cui effetti hanno contaminato fortemente in questi anni la Somalia. Soprattutto quando, alla fine del 2006, gli etiopici presero il controllo di Mogadiscio, la resistenza degli shabaab e di altri gruppi estremisti diventò una sorta di vessillo della libertà del popolo somalo contro gli atavici nemici stranieri. Questo fenomeno si è acuito a dismisura col ritiro degli uomini di Addis Abeba nel 2009, facendo prevalere la linea fondamentalista, a scapito dei moderati che un tempo costituivano l’ala maggioritaria nell’ambito delle Corti. A nulla è valso l’accordo di Gibuti, raggiunto un paio d’anni fa tra le opposte fazioni, che ha permesso all’ex leader delle Corti, Sharif Ahmed, di diventare presidente del Governo di transizione. Essendo mancato il sostegno politico e finanziario della comunità internazionale, e degli americani in primis, che hanno sempre creduto nell’opzione armata, Gibuti si è risolto in un clamoroso “fiasco”, le cui conseguenze sono oggi più che mai evidenti. Gli shabaab hanno cominciato a terrorizzare la popolazione locale, nel tentativo di ripristinare uno Stato islamico radicale con lapidazioni, amputazioni di arti e censura. E poi molti attentati suicidi, anche all’estero. Quelli di Kampala in Uganda, dell’11 luglio scorso, sono stati i primi ad essere compiuti al di fuori del territorio somalo.E dire che questi fanatici non sono una legione come qualcuno sarebbe portato a pensare. A Mogadiscio, fonti indipendenti della società civile, ritengono che non superino le 1.500-2.000 unità, e che vi siano per la Somalia centromeridionale un altro migliaio o poco più di loro affiliati. Ed è questo il punto fondamentale che non andrebbe sottovalutato per ogni serio ragionamento sulla Somalia. Ammesso pure che fossero quattro/cinquemila in tutto, come scrivono altre fonti, gli shabaab costituiscono un’esigua minoranza rispetto ai milioni di somali che patiscono le loro angherie. Il loro punto di forza è stato quello di saper manipolare la cronica parcellizzazione del Paese, diviso in aree d’influenza in cui i riottosi capi clan fanno da anni il bello e il cattivo tempo. Allora, guardando alla geografia dei clan, quella che conta di più alla prova dei fatti, bisognerebbe tentare di rilanciare l’iniziativa politica di dialogo tra le varie componenti sul territorio, il cui unico collante, al momento, è rappresentato paradossalmente da al-Shabaab. Ma i ribelli, con il passare del tempo, sono sempre più detestati dalla gente, che scrive sui propri carretti e sugli stipiti delle case: «Maanta waa adun», «Oggi siamo ancora vivi».