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Intervista. «Mettiamo in conto anche la Croce»

Claudio Monici martedì 9 settembre 2014

«Venivano a trovarci spesso, erano conosciute. Tre donne molto simpatiche. Nonostante la loro età, ancora si spendevano in giro per le case dei poveri, a portare conforto a malati e anziani. Il trauma per quanto accaduto è forte. Che cosa è successo, non lo so. Rapina? Un pazzo omicida usato per uccidere, per fare salire la tensione nel Paese, in vista delle prossime elezioni del 2015? Sono state testimoni di qualcosa che non sappiamo e quindi da eliminare? Non lo so. Tutto è possibile dove regna l’instabilità, come niente è possibile. Ma la situazione in Burundi, da tempo, non è bella, non è bella, non è bella». Il saveriano padre Claudio Marano sono trent’anni che vive la sua missione a Bujumbura, la capitale del Burundi. Lui è l’anima e il cuore del «Centre Jeunes Kamenge». Immaginatelo: qualcosa di più di un grande oratorio, con 43mila tesserati, tra ragazzi e ragazze, di ogni etnia e religione. Un luogo dove i problemi del piccolo Stato nel cuore dell’Africa afflitto da tensioni etniche che diventano guerra, qui convivono in pace e studio, tra corsi di formazione professionale, sport e attività ricreative. Un miracolo di convivenza, a quattrocento metri dalla parrocchia di Kamenge dove sono state assassinate le suore italiane Olga Raschietti, 75 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Ladri o killers assassini che sia, oggi le tre suore saveriane sono degli altri nomi d’italiani , ma non solo, da aggiungere al lungo elenco del sacrificio che il miglior cuore del nostro Paese ha offerto per la vita del lontano Burundi. Come è stato per fratel Antonio Bargiggia, povero fra i poveri, il «san Francesco di Buterere », morto ammazzato per un paio di sandali nel 2003; dei saveriani padre Aldo Marchiol e Ottorino Maule, insieme alla volontaria trentina Catina Gubert, martiri ammazzati in ginocchio nel 1995; del cooperante italiano Francesco Bazzani, ucciso per una rapina finita male, insieme alla suora croata Lukrecija Mamic, nel 2011; ma anche del nunzio apostolico, monsignor Michael Courtney, irlandese, ferito in un agguato mortale dalla dinamica incerta, nel dicembre 2003. I loro nomi siglano la testimonianza del Vangelo dove il martirio si fa pane quotidiano.  Tante storie come quella del giovane Jerome, stretto collaboratore di padre Claudio, che sognava l’Italia, assassinato nel 2007 con la moglie Jole, sgozzata da un «pazzo», quando era all’ultimo mese di gravidanza. Per che cosa? Non si sa. Costa poco comprare la mano di un killer in Burundi: due euro e mezzo cui affidare un incarico sporco. La manodopera non manca dove regna povertà e ignoranza. Padre Claudio, è lungo l’elenco degli italiani che hanno pagato con la vita l’amore per questo Paese. «È vero. Forse perché hanno saputo amarlo con tutto il cuore e dunque disposti al sacrifico estremo». La vicenda delle tre suore per la comunità missionaria locale è un monito che avverte di un pericolo? «Quella del missionario è una vita molto difficile. Tu devi testimoniare l’amore e lo devi testimoniare alla gente che lo capisce ma anche a chi, a causa della povertà, della violenza o della guerra, spesso non riesce a farlo». Come si fa a testimoniare l’amore, quando tre consorelle sono state uccise così brutalmente, forse per un orologio di nessun valore? «Noi, quando andiamo, andiamo avanti. Nel senso che nel nostro paniere mettiamo in conto tutto, fin dal primo giorno del cammino missionario. Durante la guerra del 1993, ogni mattina mi svegliavo e mi dicevo: stasera tornerò vivo a casa? Noi siamo legati ad una cosa sola: a quel pizzico di speranza da portare in giro per creare il mondo nuovo, e nasce anche da drammi come questo che ci tocca da vicino. Ai miei ragazzi lo dico sempre: vogliamo essere delle persone che cambiano il mondo? Se lo vogliamo veramente dobbiamo mettere in conto tutto. Anche la Croce».