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I NEGOZIATI. Medio Oriente, colloqui ok Si riparte da Washington

 Elena Molinari venerdì 3 settembre 2010
Appuntamento al 14 settembre in Egitto e poi ancora ogni due settimane – fino al raggiungimento di un accordo. Si è conclusa senza annunci di passi avanti concreti ma con l’importante decisione di andare avanti la prima tornata di colloqui fra il premier israeliano, Benjamin Netanyahu e il leader palestinese Abu Mazen a Washington. I due leader hanno espresso la volontà di proseguire sulla strada della pace «in buona fede e con propositi seri», ha assicurato l’inviato Usa per il Medio Oriente George Mitchell, che ha aggiunto che i primi negoziati diretti fra israeliani e palestinesi da quasi due anni sono stati «lunghi e produttivi». Ad essere colpiti dalla “serietà” dei due leader sono stati anche Barack Obama e il segretario di Stato americano Hillary Clinton, che ha fatto da ospite ai colloqui di ieri e ha posto di nuovo l’obiettivo dell’Amministrazione democratica di risolvere «le dispute principali fra i due popoli entro un anno». «Ci siamo già trovati qui prima, e sappiamo quanto sarà difficile la strada che abbiamo di fronte – ha ammesso la Clinton – ma credo fervidamente che i due uomini seduti al mio fianco siano due leader che possono fare diventare realtà questo sogno inseguito così a lungo». La scadenza quindicinale degli incontri porta però a galla il primo ostacolo sulla via della pace: la terza tornata di colloqui avverrà alla fine di settembre, pochi giorni dopo la fine della moratoria delle costruzioni israeliane nei territori occupati. Abu Mazen ha già fatto capire di non poter continuare a negoziare senza una sospensione indefinita degli insediamenti di coloni ebrei e Netanyauh ha detto di non aver intenzione di estendere lo stop. Ieri inoltre il direttore del Consiglio regionale degli insediamenti in Cisgiordania, Naftali Bennett, ha annunciato che a partire dal 26 settembre, data in cui scade la moratoria, comincerà la costruzione di 80 nuovi alloggi.Non tutte le porte sono chiuse, però. Prima dell’incontro il premier israeliano ha affermato che una «pace vera tra israeliani e palestinesi può essere raggiunta solo con concessioni reciproche dolorose da entrambe le parti». «Il popolo israeliano e io come premier siamo pronti a percorrere questa strada in poco tempo», ha affermato Netanyahu. Quindi ha posto chiaramente le sue condizioni, quelli che ha chiamato «i due pilastri per la pace»: legittimità e sicurezza di Israele, come merce di scambio per la nascita di uno Stato palestinese. «Così come voi vi aspettate che noi siamo pronti a riconoscere uno Stato palestinese sovrano, noi ci aspettiamo che siate pronti a riconoscere Israele come Stato nazionale del popolo ebraico», ha detto il premier. «Sono convinto che sia possibile riconciliare il desiderio palestinese, con il bisogno di sicurezza di Israele». Sicurezza che potrebbe voler dire un controllo israeliano dei confini fra un futuro stato palestinese e la Giordania – una concessione che i palestinesi difficilmente faranno. Ma i anche gesti simbolici contano. E Netanyahu ieri parlava rivolgendosi direttamente al presidente palestinese, che, come già il giorno prima, ha chiamato «il mio partner per la pace».Abu Mazen ha ribadito la richiesta che Israele ponga fine alle costruzioni nei territori occupati e che rimuova completamente l’embargo su Gaza.  I negoziati diretti «saranno interrotti se riprenderanno gli insediamenti nei Territori occupati», ha detto. Ma ha aggiunto di credere che un accordo sia possibile «perchè non partiamo da zero: abbiamo avuto diverse tornate di colloqui in precedenza». La Clinton, Mitchell e altri veterani del processo di pace, come Dennis Ross, accompagneranno i due leader negli incontri futuri. Ma, come aveva ricordato mercoledì sera Obama, gli Stati Uniti non possono imporre una soluzione. «Solo voi – aveva detto il presidente Usa – potete prendere le decisioni necessarie e garantire un futuro pacifico per il popolo israeliano e palestinese».