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REPORTAGE. Gioventù d’Albania il sogno infranto del mito Occidente

Giovanni Ruggiero domenica 5 settembre 2010
Non ci sono soltanto i ragazzi di Tirana, quelli che vestono alla moda, che hanno visto l’Occidente e lo stanno imitando, e che la sera rendono allegro e vivace quel block protetto una volta da cavalli di frisia a cui nessun albanese poteva avvicinarsi. Non ci sono soltanto le ragazze di Tirana che osano con i vestiti come si vedono solo in televisione e che il chador, che qualcuno sta proponendo, non metterebbero mai. Ci sono anche i ragazzi di quelle città dove l’Occidente non si è ancora mostrato così rutilante e smargiasso. Qui i giovani albanesi sono rimasti più o meno com’erano venti anni fa, ma tentati dal peggio che l’Occidente poteva portare: la droga e la prostituzione, mentre la scuola è a molti negata.A Elbasan, nelle belle montagne nel cuore dell’Albania, a Berat più a Sud e al Nord, dove il Paese mostra i monti più alti, da una decina d’anni operano sacerdoti e suore che se le sono inventate tutte per alleviare questo malessere. Ne sanno qualcosa, ad esempio, i sacerdoti del Don Orione di Elbasan. Raccolgono nella loro struttura i ragazzi di tutti i paesini delle montagne e della città, più di duecento, dai 6 ai 18 anni. Don Emilio Valente è uno di loro. Fa un elenco ed è triste, come il catalogo che va enunciando: «Abbandono scolastico, disoccupazione e fosse soltanto questo!». Alle autorità hanno presentato un documento sofferto. Inascoltati. «Abbiamo voluto denunciare – dice – la mancanza di identità, di appartenenza e anche di legami con la propria storia. I giovani sono come sradicati e ancora poco è stato costruito». Questo malessere sfocia dove si può immaginare: la droga e la prostituzione come uniche alternative. Da un po’ di anni, in tutta l’Albania, cresce il consumo interno di marijuana e di “hashash” (lo chiamano così), e in queste belle montagne, nei posti più inaccessibili, ad esempio intorno a Gurizi, le coltivazioni di erba sono destinate al consumo interno. Ci vuole l’elicottero per scoprirle, e qualche volte la polizia ci riesce. Nessuno però finisce in galera, perché l’erba è coltivata su terreni demaniali. Elbasan è tutto un fiorire di casinò e di bingo e i più giovani rubano per poter scommettere. Sono “rugash”, ragazzi di strada, e il termine raramente ha un’accezione bonaria. «Lavoriamo sui singoli – dice don Valente – e anche il recupero di un solo ragazzo è un successo». Sta pensando a Genij che è arrivato ai suoi 18 anni facendo a pugni con tutti e che adesso ha ripreso la scuola e, dopo il cammino catecumenale, vuole farsi battezzare.Molti giovani albanesi, vissuti in famiglie tradizionalmente musulmane, hanno espresso lo stesso desiderio. A Berat, un centinaio di chilometri più a sud, incontriamo diversi ragazzi giovanissimi che hanno già ricevuto il battesimo o lo riceveranno fra poco. Fanno parte della comunità che orbita attorno al Centro S. Lucia Filippini con la scuola “Ylli i Mengjezit”, la Stella del Mattino, frequentata da circa duecento bambini, tra materne ed elementari. È gratis per tutti. Soltanto le famiglie che possono offrono 1.500 lek al mese, meno di dieci euro. Per gli altri, le religiose, guidate da suor Maria Bortone, hanno tessuto una rete di adozioni a distanza. La struttura è un porto sicuro, al riparo dei pericoli della droga e della prostituzione. Le ragazzine le troviamo intente a piccoli lavori di cucito; ognuna di loro conosce almeno una persona che a 15 anni già fuma “hashash” o si ubriaca con il “raki”. «Un’altra droga – dice suor Rita Baffa – è internet. Le loro case sono povere, ma internet non manca. Chi non ce l’ha, passa le giornate negli “internet point” della città. E Facebook non è un vero incontro».Adesso che non c’è scuola, questa piccola oasi ai piedi del monte Tomor, ospita gruppi di scouts che vengono dall’Italia e con i sacchi a pelo hanno invaso le canonica di don Giovanni Vaccari. «Il giorno che saranno liberalizzati i visti – dice – Berat sarà senza gioventù». È lui che porta per mano i giovani nel catecumenato. «Ognuno – spiega – arriva alla fede per proprie strade. In tutti c’è forse questo desiderio di riempire un vuoto che sentono dentro e al quale non sanno dare un nome».Il vuoto è fatto di tante cose desiderate. Il lavoro ad esempio, nonostante le ottimistiche statistiche governative e la difficoltà a procurarsene uno. Da diversi anni a Elbasan le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida formano infermieri per l’Albania. Da quando poi la scuola “Elena Gjika” è stata riconosciuta come facoltà di infermieristica, con il titolo di studio conseguito, gli infermieri di Elbasan possono sperare anche a un impiego nella Ue. I novanta studenti dei tre corsi, ragazze in gran parte, sono in vacanza, e l’istituto è vuoto. Suor Alessandra, suor Rita e suor Shalom si sono fatte un’idea precisa e sanno che la scuola, oltre a rappresentare un’occasione di lavoro, è un modo per riempire questo vuoto: «Forse – dicono riferendosi alla generazione cresciuta negli anni della rinata democrazia e dell’ubriacatura occidentale – nemmeno loro sanno cosa vogliono. Molti vivono di apparenze, sono preoccupati della loro immagine esteriore, per cui è anche difficile capire cosa li angustia dentro». Suor Shalom, torinese, la più giovane, precisa: «Hanno però chiaro un obiettivo. Fare soldi, apparire e diventare famosi». Come mostra la tv. Sono decenni che la televisione determina la vita e scandisce ancora i passi e le illusioni di ogni giovane albanese.