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EGITTO. In piazza Tahrir a un anno dalla rivolta

Federica Zoja mercoledì 25 gennaio 2012

Bilancio deludente per il primo anniversario della Rivoluzione egiziana, ancora incompiuta. A un anno di distanza dalla “giornata della collera”, il 25 gennaio 2011, possono dirsi soddisfatti i Fratelli musulmani, trionfatori alle urne dopo 60 anni di messa al bando. E l’esercito, ancora al suo posto nonostante i crimini commessi contro la popolazione: solo l’ex presidente Hosni Mubarak è sotto processo per la morte di 840 manifestanti durante i 18 giorni di proteste. Per attivisti e sigle democratiche, la rivolta deve riprendere slancio: oggi sono previste nuove manifestazioni per chiedere la transizione rapida a un governo civile, la liberazione dei prigionieri politici, la fine della legge marziale. Il Consiglio supremo delle Forze armate ha annunciato ieri l’abolizione delle leggi speciali. Salvo nei casi di «vandalismo», ha spiegato il maresciallo Hussein Tantawi. Così si rafforza una sensazione diffusa fra gli osservatori: senza nuove proteste popolari, la giunta militare non lascerà mai le redini del Paese, soprattutto ora che è nato un nuovo patto di ferro con gli islamisti.Nell’intento di accreditarsi come riformista, inoltre, il governo ha rilasciato il blogger copto Maikel Nabil,in carcere da aprile con l’accusa di insulto alle forze armate egiziane. All’attuale maggioranza parlamentare il compito, arduo, di salvare l’economia nazionale, in caduta libera da un anno: in flessione di un terzo i ricavi del turismo rispetto alla fine del 2010.

Per decisione del Consiglio supremo delle forze armate (Csfa), la giunta militare che guida l’Egitto dalla caduta del presidente Hosni Mubarak (11 febbraio 2011, ndr), d’ora in poi il 25 gennaio sarà festa nazionale, in ricordo della sollevazione popolare che ha decretato il crollo del regime. Oggi, celebrazioni di carattere culturale e militare si terranno in tutto il Paese. Eppure, un anno dopo il “giorno della collera” egiziana – quando giovani attivisti chiamarono coetanei e adulti via Internet ad affollare le piazze –, da festeggiare sembra ci sia ben poco. Tranne che per i militari, appunto, e la Fratellanza musulmana, trionfante alle recenti elezioni. In questo anno tutto è cambiato e niente è cambiato, si potrebbe dire. Ecco com’era l’Egitto all’alba del 25 gennaio 2011: dopo il rinnovo della Camera bassa del Parlamento, l’emiciclo egiziano era dominato ancora più che in passato dal Partito nazionale democratico (Pnd) di Hosni Mubarak. Poche decine di seggi erano state concesse alle sigle politiche di opposizione più “morbide” con il regime. Tutto lasciava prevedere l’ennesimo – e decisivo – maquillage costituzionale, in vista del passaggio di poteri da Mubarak padre a Mubarak figlio. Gamal, che negava di aver aspirazioni presidenziali, sarebbe stato con tutta probabilità il nuovo rais egiziano nell’autunno del 2011. Esclusi in partenza dalla corsa i Fratelli musulmani, all’epoca ancora fuori legge, e il democratico Mohammed el-Baradei, estraneo alla vita politica nazionale fino a un anno prima. Nel gennaio 2011 gli egiziani erano già scesi nelle strade del Cairo e delle principali città del Paese per dimostrare la propria unità di fronte alla minaccia terrorista: l’attacco alla Chiesa dei Santi di Alessandria, nella notte di Capodanno, era costata la vita a 23 cittadini cristiani. Un massacro, si è scoperto dopo, orchestrato dal ministero degli Interni per rafforzare il consenso intorno al regime, pilastro contro l’instabilità. L’operazione forse sarebbe andata a buon fine, senza l’influenza del vento rivoluzionario tunisino. Oggi, un anno dopo, la Camera bassa (Assemblea del popolo) è dominata dagli islamisti: a quelli moderati, i Fratelli musulmani, è andato il 47 per cento dei voti, agli integralisti salafiti il 24. Insieme, hanno oltre il 70 per cento. Delle sigle democratiche laiche solo un pallido riflesso. Piazza Tahrir non ha voce nell’attuale Parlamento egiziano. Così come non hanno guadagnato terreno politico i copti, vittime di discriminazioni e violenze anche nel dopo-Mubarak. Per i democratici (e le democratiche) che hanno fatto la rivoluzione in prima linea, inizialmente senza il sostegno dei partiti, il presente rappresenta una delusione cocente: ancora un regime militare alla guida dell’Egitto, ancora un partito unico in Parlamento. Oggi, ha annunciato il feldmaresciallo Mohammed Hussein Tantawi, sarà abolita la legge marziale. Il solo fatto che sia proprio lui, conosciuto come il “cagnolino” di Mubarak, ad annunciarlo, toglie credibilità al proclama. Quel che rimane del “faraone”, la sua maschera pietrificata, è sotto processo come mandante della strage di manifestanti durante le proteste di un anno fa (circa 840 vittime): rischia la pena di morte. Tutto il clan è accusato di malversazione, corruzione, abuso di potere. Sono in molti a credere, tuttavia, che si tratti di una messinscena destinata a concludersi con un’amnistia. Ecco perché da una settimana gli attivisti egiziani celebrano «lutto e rabbia» e perché in molti non festeggeranno il primo anniversario: neanche la moschea universitaria di al-Azhar, che ha scelto di sostenere «lo spirito della Rivoluzione». Il nuovo asse composto da islamisti ed esercito ha saputo spegnere i riflettori sulle manifestazioni del venerdì e sulle continue violazioni dei diritti umani da parte della polizia. I rivoluzionari, sostengono i media filogovernativi, hanno danneggiato l’economia: rispetto alla fine del 2010, il Pil è calato del 3 per cento. In flessione drammatica gli investimenti esteri diretti, da 11 miliardi di dollari (fine 2007) a neanche due miliardi (fine 2011). Le riserve di valuta straniera si sono dimezzate in due anni. Per il Fondo monetario internazionale, nel 2011 l’economia egiziana è cresciuta dell’1,2 per cento, rispetto al 5,1 del 2010. Il tasso di disoccupazione è dell’11,9 per cento, il più alto degli ultimi dieci anni. A tutto questo si aggiunge il calo del 30 per cento nel turismo, settore portante. Altro che festeggiamenti. Alle celebrazioni di oggi faranno da controcanto le contromanifestazioni di 76 partiti e organizzazioni di opposizione, che chiederanno ancora una volta il trasferimento dei poteri a un’autorità civile e il processo dei militari responsabili della morte dei manifestanti. La primavera egiziana continua.