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Il voto. Ecuador e Guatemala: doppio verdetto presidenziale in America Latina

sabato 19 agosto 2023

Il candidato Christian Zurita, subentrato a Villavicencio, ha tenuto l'ultimo discorso col giubbotto antiproiettile

Per il gran finale della campagna per il primo turno di oggi (domenica), molti dei 7 aspiranti alla presidenza ecuadoriana hanno tenuto i comizi con il giubbotto antiproiettile. E chi non lo ha fatto, come la progressista Luisa González, favorita e delfina di Rafael Correa, si è presentata all’ultimo evento di giovedì, a Guayaquil, epicentro della violenza, con una doppia scorta. Del resto, il giorno prima, uno dei candidati, Daniel Noboa, aveva dovuto interrompere il discorso a Durán per una sparatoria. Da mesi la violenza era un tema caldo, l’assassinio di Fernando Villavicencio il 9 agosto, però, l’ha trasformato nell’asse intorno a cui ruota il voto. Con un omicidio plateale, la criminalità organizzata ha voluto esibire un potere che ormai esercita da anni. Dal 2020, la maggior parte della cocaina diretta in Europa parte dall’Ecuador, nonostante questo non sia un Paese produttore, a differenza dei vicini Colombia, Perù e Bolivia. A gestire il flusso dai porti sono i due più potenti cartelli messicani della droga, Sinaloa e Jalisco. Come la storia latinoamericana recente insegna, il controllo delle rotte della coca si accompagna alla cooptazione di pezzi di istituzioni e al radicamento sul territorio, in cui è stata trasferita anche parte della lavorazione. Gli esperti lo denunciano ma le politiche adottate dalle ultime amministrazioni sono andate in direzione opposta. I programmi sociali di Rafael Correa e l’aumento della polizia, all’inizio degli anni Duemila, hanno ridotto povertà e delinquenza. La stretta sulla carcerazione preventiva, però, ha quadruplicato il numero dei detenuti. Con i tagli alla giustizia decisi dal successore, Lenín Moreno, le prigioni sono diventate bacino di reclutamento per i narcos messicani. Il conservatore Guillermo Lasso – l’attuale presidente che a maggio ha sciolto il Parlamento per evitare l’impeachment per uno scandalo di mazzette – ha proseguito sulla stessa linea di austerità. La palla passa ora al nuovo leader. González è prima, seguita nei sondaggi dall’ex vice di Moreno, Otto Sonnenholzner, dall’indigeno Yuku Pérez e, più o meno con le stesse preferenze, dall’imprenditori Jan Topic, Jan Boric e Daniel Naboa. Ora, però, c’è una variabile nuova: Christian Zurita che ha preso il posto del defunto Villavicencio e potrebbe scompaginare le carte, arrivando al ballottaggio.

Bernardo Arévalo, esponente del movimento di rinnovamento Semillas - Ansa


Proprio come è accaduto in Guatemala dove l’outsider progressista Bernando Arévalo ha passato a sorpresa il primo turno del 25 giugno e sempre oggi (domenica) disputerà la presidenza con Sandra Torres, esponente dell’establishment tradizionale. Proprio quello contro la cui «corruzione» – denunciata da più parti – si era scagliato, fin dalla sua entrata in politica, Arévalo, tra i fondatori del movimento di rinnovamento Semillas. L’ex diplomatico e accademico è arrivato secondo con il 15,8% e meno di due punti da Torres. A fargliene guadagnare quasi trenta di distacco sulla rivale, è stata la feroce campagna scatenata dal giudice Fredy Orellana per escludere Semillas dal ballottaggio sulla base di irregolarità nella raccolta delle firme per la sua fondazione, nel 2018. Il magistrato, sotto sanzioni da parte del dipartimento di Stato, è considerato parte del meccanismo di persecuzione legale che negli ultimi tempi ha costretto un centinaio di attivisti, giornalisti e giudici indipendenti a fuggire all’estero, impedendo loro di presentarsi al voto. Altre decine sono finite in cella. Nel caso di Arévalo, lo scandalo internazionale ha costretto la Corte Suprema a intervenire perché potesse proseguire la corsa verso la presidenza. Se ce la facesse sarebbe una rivincita anche per chi guarderà il processo da dentro una cella o fuori dal Paese dell’America Centrale


Campagna degli attivisti contro l'estrazione di petrolio in Amazzonia - Ansa

Le elezioni ecuadoriane non sono inedite solo per la violenza record. Con un duplice referendum vincolante, i cittadini sono chiamati a pronunciarsi sul nodo centrale della politica ambientale nazionale: le estrazioni petrolifere in Amazzonia e nel Chocó andino. «Un risultato l’abbiamo già raggiunto, abbiamo portato alle urne la questione del cambiamento climatico», hanno spiegato Antonella Calle e Pedro Bermeo, giovani attivisti che, dieci anni fa, hanno avviato una battaglia legale per salvare la foresta dalle trivelle. I combustibili fossili sono i principali responsabili del riscaldamento globale. Rinunciarvi, però, richiede di ripensare il sistema economico in un ottica di lungo periodo e non di ritorno immediato. È questo il dilemma dell’Ecuador. Il Paese lo aveva già affrontato all’inizio degli anni Duemila quando l’allora presidente Rafael Correa aveva proposto al mondo di pagare alla nazione 3,6 miliardi perché lasciasse sotto terra il greggio dello Yasuní, uno dei luoghi con maggior biodiversità del pianeta. Una provocazione a cui pochi risposero come lo stesso Correa sapeva e si affrettò a iniziare le perforazioni da cui ricava 1,2 miliardi l’anno. Calle, Bermeo e altri 1.400 volontari non si sono rassegnati e sono andati avanti sostenuti dal movimento indigeno e dalla Chiesa. A maggio è arrivato il via libera della Corte di giustizia. Ora la parola ai cittadini: il 35 per cento è per lo stop, dieci punti in più rispetto ai favorevoli