Economia

Torino. Repole: triste vedere fabbriche chiuse per aumentare i profitti

Marina Lomunno lunedì 29 aprile 2024

L'arcivescovo di Torino monsignor Roberto Repole

È una riflessione inviata ai lavoratori e alle loro famiglie ma soprattutto un appello agli imprenditori e al «loro difficile mestiere» il messaggio che monsignor Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa ha diffuso questa mattina in occasione del 1° maggio e della festa di San Giuseppe lavoratore. Sullo sfondo, anche se non viene mai citata nel testo, la crisi dello stabilimento Stellantis di Mirafiori che sta mettendo in ginocchio il territorio subalpino e numerose imprese dell’indotto automotive. Nel pomeriggio l’arcivescovo incontrerà il mondo del lavoro visitando la Samec di Rivoli, una piccola azienda artigiana nel settore metalmeccanico dove - come spiega Alessandro Svaluto Ferro, responsabile della Pastorale sociale e del lavoro delle due diocesi «si cerca di mettere insieme il valore sociale ed economico del lavoro privilegiando l’inclusione nell’impresa delle fasce vulnerabili». Qui Repole incontrerà i dipendenti e alle 18 presiederà un momento di preghiera aperto a tutti coloro che a vario titolo si occupano del mondo del lavoro, sindacati, imprenditori, associazioni di categoria.
«Dopo un inverno segnato dalla dolorosa chiusura di varie fabbriche nel Torinese e nella Valle di Susa desidero cogliere l’occasione della Festa del Lavoro e di San Giuseppe Lavoratore per una riflessione sul difficile mestiere degli imprenditori in questo nostro tempo di grande competizione economica, che sfida le aziende e le costringe a continui cambiamenti per mantenere competitività e garantirsi la sopravvivenza» esordisce l’arcivescovo ricordando le tante imprese in ginocchio, i dipendenti in cassintegrazione e in solidarietà delle diocesi di Torino e Susa.
Repole – come aveva già sollecitato nel periodo natalizio interrogando i vertici di Stellantis circa le loro intenzioni sul futuro di Torino – sottolinea che «ciò che non dovrebbe mai accadere, agli operai e agli impiegati, è perdere il lavoro in aziende che godono di buona salute e stanno producendo ricchezza e profitto, eppure non si accontentano: queste aziende, spinte sovente da logiche esasperate di ricerca di sempre maggiori guadagni, tagliano i posti di lavoro o li trasferiscono altrove. È questa, tristemente, una dinamica presente nel mercato internazionale, a volte guidata dalle valorizzazioni dei titoli in borsa e talvolta anche dalla ricerca di premialità per i top managers, che spesso porta anche aziende sane, con buoni profitti, a chiudere fabbriche».
Se la scelta di abbandonare il nostro territorio può essere compresa quando è necessaria per la sopravvivenza dell’azienda «non mi pare possa essere accettabile quando risponde alla logica di moltiplicare in modo esasperato i profitti: credo che esistano limiti all’accumulo della ricchezza, oltre i quali non è legittimo sacrificare la vita delle persone» conclude arcivescovo.