Economia

Lavoro. Forlani: il calo di lavoratori? Servono politiche attive, formazione e migranti

Francesco Riccardi martedì 30 aprile 2024

Ripensare le politiche attive dopo i fallimenti del passato, cambiare l’approccio degli interventi per l’immigrazione legale, attivare i giovani e puntare decisamente sulla formazione con il coinvolgimento di imprese e parti sociali. Solo così si potrà cercare di colmare il vuoto demografico di lavoratori che caratterizzerà i prossimi decenni, spiega Natale Forlani, già sindacalista Cisl, nel 2001 firmatario con Marco Biagi del Libro Bianco sul lavoro e oggi neopresidente dell’Inapp, l’istituto per l’analisi delle politiche pubbliche.

Il mercato del lavoro in Italia sta registrando miglioramenti sia quantitativi sia qualitativi, con l’aumento dei contratti a tempo indeterminato. Tuttavia, restiamo in fondo alla classifica europea per tassi di occupazione generale, femminile, part-time involontario ecc. Come stiamo veramente?

Al ritardo accumulato sul tasso di occupazione della popolazione rispetto alla media dei paesi europei, 9,7 punti equivalenti a circa 3,6 milioni di posti di lavoro, hanno concorso diversi fattori. Il nostro Paese ha faticato più di altri nel recuperare le perdite occupazionali, 1,2 milioni di posti, dei primi 5 anni della crisi economica iniziata nel 2008. Il ritorno ai numeri precedenti, poco più di 23 milioni di occupati, è stato completato nel 2019 ma con il concorso di un numero superiore di lavoratori a termine e a part time e la perdita di circa 1,4 milioni di posti di lavoro con media o elevata qualificazione. La comparazione con la media dei Paesi Ue mette in evidenza che i due terzi della carenza di occupati, circa 2,4 milioni sui 3,6 complessivi, si concentra nei comparti della pubblica amministrazione, della sanità e dell’istruzione dove si concentra una quota più rilevante di lavoratori con elevata qualificazione e di donne. Un ritardo dovuto anche alla qualità della spesa pubblica.

Il senso di precarietà e l’ansia per il futuro caratterizzano oggi i giovani, tra i soggetti più deboli, assieme alle donne, del mercato del lavoro. Che cosa fare di concreto?

Il peggioramento delle condizioni lavorative dei giovani e delle donne nel corso del secondo decennio degli anni 2000, è un fenomeno paradossale se si tiene conto che l’uscita dei lavoratori anziani per motivi di pensionamento è risultata largamente superiore al numero dei giovani entrati nel mercato del lavoro. Un gap compensato dalla crescita dei lavoratori stranieri, e del numero delle persone disoccupate o inattive, per la gran parte giovani e donne. In particolare è stata impressionante la crescita dei giovani che non studiano e non lavorano con una punta superiore ai 3 milioni nel 2014. La buona notizia è rappresentata dal fatto che negli ultimi due anni la crescita dell’occupazione dei giovani e delle donne, soprattutto con rapporti di lavoro a tempo indeterminato, è risultata superiore alla media. Una tendenza che dovrebbe proseguire nei prossimi anni per via della riduzione della popolazione in età di lavoro stimata in circa 3,5 milioni nell’arco dei prossimi 10 anni. La notizia cattiva è che il recupero risulta ritardato rispetto a quello possibile, per l’impatto negativo della quota rilevantissima, quasi la metà delle potenziali assunzioni da parte delle imprese, della domanda di lavoro che non riscontra lavoratori disponibili per la carenza di competenze adeguate, ovvero perché le proposte di lavoro non risultano conformi alle aspettative. Emergono con tutta evidenza le conseguenze delle mancate riforme del Welfare e del mercato del lavoro.

La più grande incognita per il mercato del lavoro è l’irreversibile calo demografico. Come evitare questo deficit esiziale per lo sviluppo economico?

Il combinato disposto tra la perdita della popolazione in età di lavoro, il numero dei lavoratori anziani in uscita dal mercato del lavoro superiore a quello dei giovani in entrata e la carenza di competenze nel mercato del lavoro, destinata ad aumentare per l’impatto delle nuove tecnologie, rappresenta una miscela esplosiva che può compromettere la crescita dell’economia e la tenuta delle prestazioni sociali. Bisogna contrastare la deriva agendo su tre leve, la crescita del numero assoluto degli occupati, almeno 2 milioni entro un decennio, riducendo di 7- 8 punti il numero delle persone disoccupate o inattive e aumentando il livello di impiego della quota dei lavoratori sotto occupati. La seconda leva è quella di aumentare in modo significativo l’impiego delle tecnologie digitali e la produttività. È indispensabile per migliorare le condizioni di lavoro e le retribuzioni per rendere più attrattivo il nostro mercato del lavoro. Un obiettivo che comporta, in parallelo, anche l’aumento delle competenze dei lavoratori per utilizzare al meglio le tecnologie nelle nuove organizzazioni del lavoro e per rendere sostenibile la mobilità lavorativa.

Collegata a questo tema c’è la questione dell’immigrazione. Serve potenziare e rendere stabili i canali di ingresso legali, abbandonando la logica dei flussi e dei click-day o cos’altro?

L’attuale approccio al tema delle migrazioni è del tutto inadeguato. Risente delle letture retrodatate del fenomeno, dei fabbisogni di manodopera per soddisfare le mansioni con bassa qualificazione che non riscontrano il gradimento delle giovani generazioni e della necessità di accogliere persone provenienti da paesi poveri. Con quali risultati? Il 35% delle persone povere delle persone residenti in Italia è di origine straniera e i due terzi degli immigrati occupati, regolarmente residenti, lavora nei settori caratterizzati da rilevanti quote di lavoro sommerso. L’obiettivo delle nuove politiche per l’immigrazione dovrebbe essere quello di contrastare i due fenomeni, di aumentare il livello di impiego regolare dei lavoratori immigrati già presenti in Italia e di programmare l’ingresso dei nuovi fabbisogni con percorsi di selezione e di formazione ancorati alle tipologie dei profili professionali con il coinvolgimento delle singole imprese.

Si parla sempre di politiche attive per contrastare il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro, ma poi le iniziative concrete scarseggiano. Su quali strumenti puntare veramente?

I tre principali programmi nazionali di politica attiva del lavoro promossi nella seconda decade degli anni 2000 (Garanzia giovani, l’assegno di ricollocazione, reddito di cittadinanza) hanno prodotto scarsi risultati. L’ultimo ha disposto persino la destinazione delle risorse nazionali disponibili per le politiche attive per finanziare il provvedimento assistenziale. L’attuale programma Gol che utilizza 4,5 miliardi di euro di risorse europee ricalca i modelli sperimentati negli anni precedenti per l’erogazione delle offerte formative e degli incentivi per l’inserimento lavorativo. La somma dedicata agli sgravi per le nuove assunzioni delle varie tipologie di disoccupati nel corso degli ultimi 15 anni, supera di gran lunga i 200 miliardi. Nel frattempo sono state fatte 4 riforme dei sostegni al reddito che hanno progressivamente aumentato le platee e la spesa dedicata allo scopo. Tutto ciò senza incidere sulle tendenze che abbiamo appena evidenziato. I fabbisogni di politica attiva del lavoro sono evidenti: aumentare il tasso di impiego delle persone in età di lavoro, aumentare la quota dei lavoratori con elevata qualificazione e specializzati in nuove tecnologie. Alcuni degli investimenti formativi richiedono una solida programmazione dei fabbisogni di profili specialistici e di risultati che si possono ottenere sul medio lungo periodo. Ma per la gran parte dei lavoratori l’adeguamento delle competenze può essere raggiunto con percorsi di formazione durante le transizioni lavorative e nell’ambito delle aziende. Le nuove politiche attive del lavoro devono essere caratterizzate dal diritto delle persone ad accedere con facilità ai servizi di orientamento, con una ragionevole protezione per la perdita involontaria del lavoro e con il vincolo per i beneficiari di accettare tutte le offerte di lavoro coerenti con il profilo professionale. Tale obiettivo deve essere assunto da tutti gli attori: le istituzioni pubbliche, gli enti di formazione, i servizi di intermediazione, le parti sociali, che a vario titolo svolgono ruoli importanti per conseguire gli obiettivi e va garantito su tutto il territorio nazionale.