Economia

LE MOSSE DI LETTA. Patto sull'Iva: va bloccata per sei mesi

Marco Iasevoli venerdì 24 maggio 2013
​Dopo i duri scontri dei giorni scorsi, si profila una soluzione che tenga insieme il congelamento dell’Iva e il "superamento" dell’Imu. Un compromesso che Palazzo Chigi proporrà alla maggioranza nei prossimi giorni: l’aumento di un punto dell’imposta sui consumi non essenziali viene rinviato a gennaio 2014, mentre ad essere esonerati dalla tassa sulla prima casa saranno i nuclei familiari con reddito medio-basso, non tutti. Il complesso del provvedimento costa 3,4 miliardi (1,9 per l’Iva, 1,5 per l’Imu), qualcosa in meno se Pd e Pdl accetteranno che almeno su qualche bene di lusso l’imposta sui consumi passi dal 21 al 22 per cento.È una partita da chiudere quanto prima perché fonte di tensione nella maggioranza. Nel contempo, l’esecutivo - varata oggi la proroga dei bonus edilizia - si propone di definire entro giugno uno o due decreti su crescita e occupazione giovanile. Non si tratta solo della cosiddetta "staffetta" anziani-giovani sui posti di lavoro o degli interventi «col cacciavite» sulla riforma Fornero, ma anche di una nuova lenzuolata di liberalizzazioni e dei primi incentivi fiscali all’innovazione e all’assunzione degli "under 35". La novità è che parte della copertura dovrebbe venire da una misura che farà discutere: il taglio secco delle pensioni d’oro (oltre i 5mila euro) accumulate con il metodo retributivo. Un provvedimento che Letta vorrebbe presentare come il simbolo di un nuovo «patto generazionale». Il pacchetto-crescita dovrebbe arricchirsi anche su una ricognizione dei fondi gestiti dallo Sviluppo economico e - in chiave credito - dei vari fondi di garanzia nazionali e regionali.L’entità delle misure sarà definita alla luce degli spiragli che si apriranno in Europa dopo la chiusura della procedura per deficit eccessivo. Ma Letta è ottimista. E, pur non volendo vendere illusioni all’assemblea di Confindustria, il premier cerca di convincere gli imprenditori sulle prospettive che si aprono: «Abbiamo una missione difficilissima, ma ce la metteremo tutta. Molte imprese vivono uno stato di oppressione fiscale, e la politica ha capito forse troppo tardi che doveva essere la prima a fare sacrifici. Ora siamo dalla stessa parte». Nel concreto, il premier nel suo breve saluto assicura un’inversione della politica economica italiana ed europea: «Entro il 2020 il 20 per cento del Pil Ue deve venire dall’industria. Ci siamo illusi di fare a meno di voi. Ma adesso inizia una fase nuova...». Una fase, chiude il premier, che va in scia alle politiche sviluppiste di Usa e Giappone, non certo al rigore già ampiamente sperimentato negli ultimi dieci anni.Come spiega il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni a margine dell’incontro con il suo omologo francese Pierre Moscovici, l’entità del "tesoretto" da spendere su crescita e lavoro si capirà anche alla luce delle «raccomandazioni» che l’Ue ci invierà dopo averci promossi tra i Paesi virtuosi. Ci si attende che Bruxelles tenga un profilo basso per consentire a Roma margini di manovra larghi, ma non si esclude un cartellino "arancione" sulle riforme mancate nella pubblica amministrazione, nella giustizia civile (non a caso il premier non vede bene l’ipotesi di prorogare di un anno la revisione della geografia giudiziaria) e sulla riduzione del debito pubblico (Palazzo Chigi ha ripreso tra le mani il dossier sulle dismissioni immobiliari, ma in questo frangente, segnato dalla crisi delle compravendite, preferisce puntare su stimoli alla crescita).Lo stesso Saccomanni ammette che l’anno della svolta potrebbe essere il 2014, quando peseranno - in positivo - anche gli effetti benefici dello spread più basso rispetto alle previsioni del Def. «Gli obiettivi di governo nel breve termine – assicura in ogni caso il ministro del Tesoro – sono la riduzione dell’imposizione sul lavoro e le imprese da finanziare con una riduzione di spese e la lotta all’evasione. Ci siamo dati 100 giorni di tempo».