Economia

OCSE. Boom di pmi italiane fallite nel 2010

giovedì 19 aprile 2012
​Il numero di fallimenti tra le piccole e medie imprese italiane nel 2010 è aumentato a 11.289, pari a 20,3 casi ogni 10.000 aziende esistenti, contro 9.429 nel 2009 (17,1 ogni 10.000) e 6.165 nel 2007 (11,2 ogni 10.000). Lo scrive l'Ocse, nel suo primo rapporto sulle condizioni di finanziamento delle Pmi. L'Italia, sottolinea l'organizzazione, è uno dei cinque Paesi (su 13 esaminati nel rapporto), in cui il numero di fallimenti ha continuato ad aumentare anche tra il 2009 e il 2010, insieme a Ungheria, Slovacchia, Danimarca e Svizzera. "La debole ripresa economica nel 2010 - spiega il rapporto - non ha permesso un miglioramento significativo nelle condizioni delle aziende, come dimostra l'aumento ancora rapido dell'indicatore". "Il calo delle vendite e l'irrigidimento delle condizioni di credito hanno contribuito a problemi di cash flow per le pmi - spiega l'Ocse - che a loro volta si sono in parte tradotti in aumenti dei tempi di pagamento. D'altra parte, dopo lo scoppio della crisi, i fornitori hanno cominciato a chiedere pagamenti più veloci: per le pmi, i tempi sono saliti da 15 giorni nel 2008 a 17 nel 2009".In Italia, "i prestiti a breve termine alle pmi hanno mostrato un marcato rallentamento con l'intensificarsi della crisi finanziaria, le condizioni di credito si sono irrigidite e la domanda di credito dalle aziende é calata". Nel nostro Paese, ricorda lo studio, "le pmi costituiscono il 99,9% delle aziende" (4.467.058 su 4.470.748 milioni), e "rappresentano l'80% della forza lavoro dell'industria e nei servizi". Nel panorama del credito, però, rappresentano una fetta ben più ridotta: il 19% nel 2010, il 18% nel 2008 e 2009. In generale, nell'insieme dell'area Ocse, ricorda l'organizzazione nel rapporto, "le pmi hanno affrontato condizioni di credito più severe rispetto alle grandi aziende, sotto forma di tassi di interesse più elevati, durate abbreviate e richieste di collaterali aumentate"."L'Italia è il fanalino di coda nel venture capital, è un fatto". Lo afferma Sergio Arzeni, direttore del centro per l'imprenditoria, le pmi e lo sviluppo locale dell'Ocse, commentando il rapporto sul finanziamento delle pmi. Nel nostro Paese, secondo i dati dell'organizzazione parigina, gli investimenti in venture capital sono stati di 911 milioni di euro nel 2008, calati poi "drasticamente" a 466,6 milioni nel 2009 e risaliti poi nel 2010 a 672,2 milioni. Questa ripresa, precisa l'Ocse, non ha però riguardato gli investimenti di capitale iniziale o sviluppo per le Pmi, che dopo essere calati da 555,7 milioni nel 2008 a 357,9 nel 2009, hanno continuato a diminuire, attestandosi a 352,4 milioni nel 2010. Il livello di questo tipo di investimenti in Italia è nettamente inferiore a quello degli altri grandi Paesi europei esaminati nello studio, in particolare Gran Bretagna (1,964 miliardi di sterline nel 2010) e Francia (2,915 miliardi di euro nel 2010).IN MOLTI PAESI RESTA VULNERABILIÀ FINANZIARIAIn numerosi Paesi dell'area Ocse "la ripresa si è fermata nel secondo semestre del 2011", e in particolare "resta la vulnerabilità finanziaria, nonostante gli intensi sforzi di aggiustamento in corso". "Un'accentuata avversione al rischio sui mercati finanziari si riflette in ampi spread sul rischio sovrano nell'area euro, prezzi delle azioni in crollo e aumento dei rendimenti sulle obbligazioni corporate a rischio più elevato - spiega l'Ocse -. Inoltre, le rinnovate preoccupazioni sullo stato dei bilanci delle banche potrebbero generare un ulteriore restringimento delle condizioni di accesso al credito". Allo stesso tempo, sottolinea ancora lo studio, "gli aggiustamenti più rapidi sui bilanci delle aziende private e la riduzione della leva delle banche potrebbero rappresentare un significativo fardello per la crescita".