Economia

Intervista. Moavero: «L’Italia non è al riparo. Renzi scenda in campo»

Marco Iasevoli lunedì 6 luglio 2015
Non ama le semplificazioni, Enzo Moavero Milanesi. Specie quando si parla della "sua" Europa. Ma le due esperienze di governo con Mario Monti ed Enrico Letta, e l’attuale ruolo di consigliere speciale del numero due della Commissione Ue, Frans Timmermans, gli hanno insegnato che in alcune circostanze bisogna essere chiari, molto chiari. Così oggi, alla vigilia di un giorno decisivo per l’Ue, l’ex ministro per gli Affari europei lancia un messaggio netto. «L’eventuale uscita della Grecia dall’euro, al di là di comprensibili, giustificate rassicurazioni, rappresenterebbe un’incognita non sottovalutabile per l’Italia. In questo preciso istante nessuno può calcolarne le conseguenze con sufficiente precisione e rispetto ai rischi il nostro Paese resta in prima linea. Si, certo, soprattutto nel 2012 sono stati costruiti appositi strumenti di salvaguardia: dalle "detestate" regole di bilancio ai fondi salva-Stati sino al nuovo ruolo assunto dalla Bce. Ma la verità è che questi strumenti non sono stati pensati per affrontare proprio ciò che si intendeva escludere: l’evento di uno Stato che lascia la moneta unica, dimostrando così che l’euro, al contrario di quanto affermato a ogni livello e in ogni sede, è reversibile. Una moneta, strumento per vendere e comprare, si fonda sulla fiducia: se perde la fiducia, si apre uno scenario molto diverso».Smentisce chi dice che non ci sarà contagio?Se gli effetti economici saranno simili a quelli che abbiamo subito tre anni fa, adesso siamo attrezzati a fronteggiarli. Ma, come Mario Draghi, credo che la cosiddetta Grexit ci porti in una "terra sconosciuta", potenzialmente perigliosa, che andrebbe proprio evitata.Dunque per lei la vittoria del "no" coinciderebbe con l’addio di Atene alla moneta unica...Vede, è tutto talmente fluido... Non sappiamo come Tsipras userebbe la vittoria del "no". È pronto davvero a portare la Grecia fuori dall’euro? Nessuno lo ha capito. E se vincesse il "si", lascerebbe? Nemmeno questo è certo, per quanto possa essere politicamente logico. Di certo dopo il "no" sarebbe molto più difficile riprendere un percorso negoziale che abbia esiti costruttivi. Piuttosto, in tal caso, l’Ue dovrebbe dimostrarsi riflessiva ed efficace nel gestire al meglio il rapporto tra debitore e creditori, miscelando l’osservanza delle regole e degli obiettivi comuni con la solidarietà al popolo greco.E se vincesse il sì quale atteggiamento dovrebbe assumere Bruxelles?Quanto reso pubblico dalla Commissione ha evidenziato che le differenze reali erano minime. Il punto è che nella trattativa si sono sovrapposti tanti elementi. Tutti i governi nazionali sono ormai alle prese con opinioni pubbliche in cui l’antieuropeismo aumenta. Un freno forte l’hanno opposto Stati come Spagna, Portogallo e Irlanda che hanno eseguito per intero la ricetta della Troika. Ci sarebbe voluta un’iniziativa politica incisiva, coraggiosa per far capire la singolare specificità della Grecia e che, nel comune interesse europeo, è opportuna la solidarietà. I greci hanno pagato duramente una brusca inversione di rotta: la soluzione può prevedere un’attenzione, una gradualità che salvaguardi la tenuta sociale. Ciò è coerente con i valori europei. Ma per l’Italia c’è anche una ragione concreta di convenienza...Cosa intende dire?Penso che se dovesse vincere il "si", immediatamente dopo il governo italiano dovrebbe assumere un’iniziativa politica schietta, alla luce del sole, per una mediazione che consolidi le basi per tenere la Grecia nell’euro. È eticamente giusto ed è politicamente intelligente. Ci conviene perché, come ho detto, noi siamo in prima linea rispetto ai rischi. Le dirò di più, l’Italia dovrebbe avere un protagonismo anche se vince il "no": è il terzo Paese creditore, non può permettersi posizioni defilate.Non crede che l’Ue abbia paura di affrontare sul serio il tema dei debiti nazionali?Se lei si riferisce alla possibilità che l’Ue faccia un solo conto tra formiche e cicale, la vedo difficile al momento attuale. Io percorro un’altra pista: l’emissione da parte dell’Ue o dell’Eurozona di titoli di debito europei finalizzati ad investimenti pubblici. Sarebbe una prima forma di mutualizzazione tra l’altro finalizzata a stimolare crescita e occupazione.Per finire: esiste un futuro per la Grecia fuori dall’Europa?Nessun Paese europeo, da solo, può mantenere a lungo il suo benessere di fronte alla globalizzazione. Per caratteristiche uniche ci riesce, ad esempio, la Norvegia, che ha pochi abitanti e la risorsa-petrolio. Ciò non significa che la Grecia sparirebbe, ma che fuori dalla Ue non può avere analoghe prospettive di ripresa e pace. Lasciando l’Europa "matrigna" i greci dovrebbero affidarsi a un’altra "matrigna". Non è detto che nello scambio ci guadagnino.