Economia

Economia. Sud, 10 anni per scordare la crisi

Maurizio Carucci mercoledì 29 luglio 2015
«Il Sud non può attendere il 2025 per recuperare la ricchezza pre-crisi, bisogna cogliere l’opportunità dei fondi di coesione e il governo e Regioni devono agire». All’indomani dell’allarme del Fondo monetario internazionale sui 20 anni per recuperare i posti persi e il rischio di una generazione perduta, Confindustria indica la possibile via d’uscita. Per l’associazione degli industriali arrivano anche primi «timidi segnali positivi» dal Mezzogiorno, che mostrano un arresto della caduta dell’economia, ma sono valori «insufficienti a recuperare i valori pre-crisi». Confindustria rileva, per esempio, che dopo sette anni ininterrotti di crisi, c’è stato un «primo simbolico aumento dell’occupazione». Mentre gli investimenti pubblici e privati sono diminuiti su base annua di oltre 28 miliardi di euro tra 2007 e 2014, cioè di oltre il 35%. Confindustria spiega che applicando alle regioni meridionali il tasso di crescita stimato per l’intero Paese, il Sud è destinato a recuperare i livelli di ricchezza perduti dal 2007 (stimabili in oltre 50 miliardi di euro di Pil) non prima del 2025: «Una prospettiva sfavorevole, che va contrastata proprio partendo dal dato di maggior debolezza: gli investimenti, vera chiave di ripartenza per l’economia meridionale». Tra i segnali positivi il rapporto cita l’utilizzo della cassa integrazione, sostanzialmente dimezzato rispetto allo stesso periodo del 2014. C’è poi il buon andamento del fatturato per le imprese meridionali di medie dimensioni, la voglia ancora alta di fare impresa al Sud, cosa che si registra in particolar modo tra i giovani. È poi da citare l’incremento delle presenze e della spesa turistica al Sud, in particolare di stranieri (+700mila tra il 2013 e il 2014). Dalle esportazioni vengono invece segnali contrastanti. A fronte di una consistente crescita nel Centro-Nord tra il 2007 e il 2014 (+11,4%), le Regioni meridionali mostrano un calo (-2,2%) dal picco di 46,4 miliardi di euro registrato nel 2012, ai 40,6 miliardi del 2014. Contrastante è anche la situazione del credito: si stabilizzano impieghi, domanda e offerta di credito, ma le sofferenze hanno ormai superato i 37 miliardi di euro (131 nel Centro-Nord).  Intanto – rende noto l’Istat – a luglio cala il clima di fiducia dei consumatori e delle imprese. L’indice del clima di fiducia dei consumatori, infatti, diminuisce a 106,5 da 109,3 del mese di giugno mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane scende lievemente, a 104,3 da 104,7 di giugno. Diminuiscono tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori. Variazioni più marcate si rilevano per il clima economico e per quello futuro, che passano rispettivamente a 127,9 da 138,6 e a 114,6 da 119,2. Il saldo sulle attese di disoccupazione aumenta a 28 da 10 dello scorso mese.  Riguardo al clima di fiducia delle imprese, sale a 110,0 da 109,2 il clima delle imprese dei servizi di mercato e a 106,5 da 105,9 quello delle imprese del commercio al dettaglio, mentre scende a 103,6 da 103,9 quello del settore manifatturiero e a 117,6 da 119,7 quello delle costruzioni. Nelle imprese manifatturiere, migliorano i giudizi sugli ordini (a -12 da -13 il saldo), mentre le attese di produzione rimangono stabili (a 11); il saldo dei giudizi sulle scorte di magazzino passa a 3 da 2. Nelle costruzioni peggiorano sia i giudizi sugli ordini e/o piani di costruzione (a -34 da -33) sia le attese sull’occupazione (a -11 da -9).