Economia

OCCUPAZIONE. Lavoro a rischio Aperti 191 tavoli di crisi

Diego Motta giovedì 5 gennaio 2012
​C'è una parte d’Italia in cui tutto è fermo. Piani industriali, investimenti, commesse. Il lavoro che non c’è (più) è la grande emergenza di questo inizio di 2012. Così la vera mappa da disegnare non è quella delle grandi opere necessarie alla modernizzazione del Paese, ma quella delle vertenze aperte tra le imprese e i loro dipendenti. Operai, impiegati, a volte dirigenti. Dal 2008 a oggi, ogni anno si apriva con la speranza di una ripresa più forte. Il Capodanno 2012 no. Almeno per i primi sei mesi, la recessione colpirà un po’ ovunque. Secondo i dati comunicati dal ministero dello Sviluppo economico ad Avvenire, sono 191 i tavoli di crisi ufficiali aperti e gestiti, da tre anni a questa parte, presso il dicastero oggi guidato da Corrado Passera. In particolare, dal gennaio scorso ne sono stati inaugurati 97, di cui 17 in amministrazione straordinaria.Una paralisi trasversaleSono 30mila i lavoratori degli stabilimenti coinvolti destinati per i prossimi anni a un futuro precario. Non tutti alla fine del confronto tra esecutivo e parti sociali perderanno il posto, ma la somma rischia di essere moltiplicata per dieci, secondo i sindacati, se il «contagio», com’è probabile, dovesse raggiungere anche l’indotto. Le vertenze sono legate a grandi nomi dell’industria italiana come Fiat (la vicenda Irisbus) e Fincantieri, a multinazionali che hanno deciso di chiudere per delocalizzare (è il caso di Nokia e Italtel) ma soprattutto a tante medie imprese che hanno costituito in passato l’ossatura produttiva di questo Paese e ora arrancano. «In Piemonte l’indotto legato all’auto è in grandissima difficoltà» spiega Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl. Ma è solo un esempio: dal caso recentissimo dell’Omsa di Faenza, in realtà «l’ultimo atto di una lunga storia», al «capitolo non risolto della chimica tra Porto Marghera e Porto Torres», non c’è settore che non sia stato toccato dai venti di crisi. Per il governo, i fronti più caldi in questo momento sono relativi ai settori dell’automotive, degli elettrodomestici, della lavorazione dell’alluminio e dei materiali non ferrosi. «Il fatto è che, nel dicembre scorso, le banche hanno fermato l’erogazione del credito – continua Santini –. È una costante trasversale a tutti i settori: si chiudono i rubinetti e partono le ristrutturazioni». «Il problema resta la sottocapitalizzazione delle nostre imprese – concorda Valeria Fedeli, vicesegretario Filctem Cgil, alle spalle diversi tavoli condotti nel settore tessile –. A ciò vanno aggiunti i ritardi nel pagamento dei crediti da parte della pubblica amministrazione».Gli ammortizzatori sociali? FinitiL’emergenza di oggi si spiega così, ma le ragioni di un malessere più profondo che si manifesta in cortei pressoché quotidiani, proteste simboliche e presidi a oltranza, ecco tutto questo affonda le radici in un passato un po’ più remoto. «Ora siamo seduti sopra a una specie di bomba a orologeria, che va disinnescata per evitare che nei prossimi mesi esploda tutto – sottolinea Santini – ma se siamo a questo punto è perché tante vertenze si sono cristallizzate negli anni, senza soluzioni. E ora rischiano di marcire».Che fine faranno i lavoratori che hanno già speso tutti gli ammortizzatori sociali possibili e immaginabili? Dopo la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione, resta solo il licenziamento. «È per questo che tra i nostri iscritti c’è una grande attesa per le mosse del governo» fa notare Fedeli. «Il tema è sempre quello: come rimettere in moto il lavoro, soprattutto in quelle zone d’Italia dove il mercato è davvero depresso». «Il tema-chiave del 2012 sarà quello del reimpiego – continua Santini –. Tanto più che con il blocco delle uscite imposto per un paio d’anni dalla riforma previdenziale, finiranno per mancare 50-100mila posti normalmente prodotti dal semplice turnover delle aziende». Il percorso è a ostacoli, ma il primo passo da compiere è innanzitutto riaccendere il motore. Altrimenti la mappa del lavoro che non c’è è destinata (purtroppo) ad arricchirsi ulteriormente.