Economia

L'incubo della bolla. La Cina prova a salvare il mercato immobiliare

Luca Miele mercoledì 22 maggio 2024

Pechino alle prese con l'incubo della crisi immobiliare

È una corsa contro il tempo. E, nonostante le rassicuranti acrobazie retoriche della leadership cinese, un’impresa altamente rischiosa. Perché in gioco c’è la tenuta del sistema economico (e non solo) del gigante asiatico. Pechino ha lanciato il progetto più ambizioso mai realizzato per salvare il mercato immobiliare. Il piano di salvataggio mette in campo una serie di misure imponenti, a partire dalla spinta ai governi locali perché acquistino le case invendute dai costruttori, convertendole in alloggi sociali a prezzi accessibili. Sul piatto, inoltre, ci sarà una riduzione dei tassi di interesse ipotecari e degli acconti e, soprattutto, 300 miliardi di yuan (41,5 miliardi di dollari), immessi della Banca centrale cinese per finanziare gli acquisti statali di proprietà invendute.

Come ha scritto la Cnn, “la stabilizzazione del settore immobiliare è diventata una priorità assoluta per Pechino nel tentativo di rilanciare la crescita nella seconda economia più grande del mondo”. “I politici riconoscono l’urgenza di prevenire una vera e propria crisi immobiliare”, ha confermato Zhaopeng Xing, stratega senior per la Cina presso ANZ Research.

Per avere un’idea dell’entità della voragine attorno alla quale balla pericolosamente l’economia cinese, basta soffermarsi su un dato: secondo Goldman Sachs, il valore totale delle case invendute, dei progetti non completati e dei terreni inutilizzati in Cina è pari a circa 30mila miliardi di yuan (4,1mila miliardi di dollari).

La partita è dunque complessa. Perché la matassa del settore immobiliare è inestricabilmente legata agli ultimi decenni di vita economica e sociale cinese. La Cina ha visto la sua popolazione urbana aumentare da 172 milioni di persone nel 1978 a 882 milioni nel 2022, un’esplosione che ha comportato un drastico aumento della domanda di alloggi a prezzi accessibili. Nella dinamica non è certo estraneo lo Stato, che ha usato la leva della ricchezza immobiliare per riempire le casse. Per la legge cinese non esiste la proprietà privata della terra, il che significa che tutta la terra è di proprietà dello Stato e dei governi locali. I promotori immobiliari devono acquistare terreni dai governi locali prima di costruire e vendere case ai futuri proprietari.

Una torta troppo appetitosa per non scatenare un vero e proprio assalto alla diligenza. Come ha scritto il sito di analisi International Relations Review, “le società immobiliari hanno capitalizzato il boom demografico, con gruppi come Evergrande che hanno costruito centri urbani per accogliere la classe media cinese in rapida crescita”. La parabola di Evergrande è indicativa dei pericoli per la tenuta del gigante asiatico: il colosso immobiliare è andato in default nel 2021, affondato un debito di oltre 300 miliardi di dollari, innescando la crisi che si è trasformata per l’economia cinese in una zavorra difficile da trasportare. Secondo l’Economist, Pechino “sta lottando per raggiungere il modesto obiettivo di crescita del governo pari al 5% per il 2023”. Il settore immobiliare porta debiti per un valore pari al 16% del Pil.

Basteranno le misure messe in campo da Pechino? I dubbi sono molti. Ting Lu, capo economista cinese di Nomura, che ha definito “epico” il problema abitativo del Paese, è convinto che solo il completamento della costruzione delle case prevendute richiederebbe almeno 3,2 trilioni di yuan (442 miliardi di dollari). Ha stimato che attualmente ci sono 20 milioni di case prevendute non costruite. Una bomba a orologeria. L’incubo dello scoppio della bolla è tutt'altro che scongiurato.