Economia

Salute. L’industria alimentare ha paura dei farmaci anti-obesità e cerca contromisure

Paolo M. Alfieri lunedì 6 novembre 2023

Quanto è contenta l’industria alimentare del successo dei farmaci anti-obesità? E, in particolare, che impatto rischia di avere sui conti della stessa industria l’aumento di pazienti in cura con medicinali che agiscono inibendo la fame, e che quindi, si suppone, acquisteranno meno cibo e bevande? Nel mondo ci sono 650 milioni di persone obese secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, mentre 1,3 miliardi sono gli adulti in sovrappeso. Sono però almeno una mezza dozzina i produttori farmaceutici che stanno lavorando a soluzioni come il Wegovy, il farmaco che ha reso la danese Novo Nordisk la società con la più alta capitalizzazione in Europa. Il suo “prodigio”? Ridurre il peso corporeo del 15%, naturalmente quando associato a uno stile di vita sano. Dimagrire senza dieta, o quasi, è il sogno nascosto di molti. Ma è il desiderio anche dei produttori di bevande, alcolici e cibo, magari ad alto tasso calorico?

I manager delle multinazionali, per ora, ostentano ottimismo e si dicono pronti alla sfida, convinti anche delle nuove opportunità di mercato, come lo sviluppo di integratori per le cure dimagranti, ma gli analisti cominciano già a tratteggiare scenari di impatto di lungo termine. Uno studio del gigante finanziario svizzero Ubs, ad esempio, sottolinea che il 6% del portfolio di una multinazionale come Nestlè (essenzialmente sul fronte dei piatti pronti, che includono le pizze surgelate, e dei condimenti nel mercato statunitense) subirà l’impatto dell’adozione più estesa di farmaci Glp-1. Farmaci, cioè, come il Wegovy basati sul semaglutide, un agonista del recettore del Glp-1, un ormone prodotto dall’intestino che stimola la secrezione di insulina. È questo meccanismo a migliorare il controllo glicemico, a inibire la fame e rallentare lo svuotamento dello stomaco: di qui i risultati sul fronte del dimagrimento.

Sempre secondo lo stesso studio, includendo anche gelati e prodotti a base di latte, si arriverebbe fino al 10% di impatto sul portfolio Nestlè: Ubs parla chiaramente di «rischio di riduzione dei volumi». Allo stesso modo, sotto osservazione finirebbe il 7% del fatturato del colosso anglo-olandese Unilever, proprietaria di marchi come Knorr, Calvè e Algida. E l’impatto sarebbe anche maggiore, addirittura il 22% delle vendite del gruppo, per la francese Danone, «anche se le opzioni lattiero-casearie potrebbero essere considerate “salutari” e quindi potrebbero vedere un impatto limitato da una più ampia adozione di Glp-1 tra la popolazione degli Stati Uniti».

Allo stato attuale, le aziende sottolineano di non avere subito impatti sulle vendite e sostengono di ritenere che le implicazioni di lungo termine dei farmaci anti-obesità restano altamente incerte. Nestlè osserva che lo sviluppo di prodotti innovativi, tra cui quelli che prevengono durante il dimagrimento la perdita di massa muscolare magra, bilancerebbe le perdite potenziali di volumi di altri prodotti come gli snack. Anche per quanto riguarda le implicazioni per il mercato del caffè (molti pazienti in cura con farmaci Glp-1 hanno indicato meno desiderio di consumo di caffeina), i manager Nestlè parlano per ora solo di prove «aneddotiche». La stessa Danone ritiene di poter in futuro addirittura beneficiare dell’espansione dell’uso di farmaci Glp-1, perché i pazienti potrebbero ricercare prodotti ad alto tasso proteico e basso contenuto di grassi come il suo yogurt greco. Anche i produttori di birra tendono a sminuire le conseguenze dei farmaci dimagranti. Jacop Aarup-Andersen, amministratore delegato di Carlsberg, terzo produttore mondiale di birra, ha spiegato di non aver visto «cambiamenti significativi» dall’introduzione di farmaci come il Wegovy: «È ancora presto e possiamo essere smentiti, ma a questo proposito siamo tranquilli».

Per ora, comunque, l’alleato numero uno dell’industria alimentare è il prezzo molto alto del prodotto di Novo Nordisk e dei futuri farmaci Glp-1. Negli Stati Uniti un mese di trattamento con il Wegovy costa 1.350 dollari, mentre nel Regno Unito, dove il farmaco sarà disponibile non solo attraverso il sistema sanitario nazionale ma anche tramite professionisti privati e catene farmaceutiche, la cura mensile costerà l’equivalente di 230-350 euro. Inoltre, la produzione è ancora limitata. Vista la domanda, «ci vorranno anni» prima che l’azienda possa soddisfare l’intero mercato, ha ammesso Novo Nordisk. Da considerare, peraltro, due fattori: primo, una volta che i pazienti interrompono il trattamento, il peso in eccesso tende a ritornare; secondo, per ora le compagnie assicurative non sono intenzionate a rimborsare il medicinale, che la società danese sta cercando di posizionare su un altro livello rispetto a un semplice “farmaco per lo stile di vita”. Il rimborso potrebbe riguardare però almeno una parte di pazienti diabetici in cura con il farmaco – è stato proprio durante il trattamento dei diabetici che sono stati rilevati quegli inaspettati cali ponderali che hanno portato allo sviluppo del Wegovy -, il che equivarrebbe comunque a una platea potenziale di milioni di persone.

Secondo quanto rivelato dall’amministratore delegato di Walmart U.S., John Furner, i dati in possesso della catena di distribuzione mostrano che coloro che acquistano l’Ozempic, l’anti-diabetico Glp-1, acquistano anche meno cibo rispetto al resto della clientela, anche se è troppo presto per trarre conclusioni. Per dirla con un rapporto di ricerca di Morgan Stanley, l’adozione di farmaci anti-obesità «potrebbe portare a un cambiamento comportamentale ampio e duraturo all’interno di un gruppo demografico considerevole che rappresenta una quota sproporzionata del consumo di cibo». Secondo lo stesso documento, nel giro di dieci anni il 7% degli statunitensi, 24 milioni di persone, potrebbe assumere questi medicinali e ridurre del 20% il proprio consumo calorico. Certo, si parla solo di stime. L’interesse per questi farmaci potrebbe anche a un certo punto ridursi, oppure chi li assume potrebbe comunque adottare diete poco salutari. Ma che il tema sia sul tavolo dei produttori, e non solo, è ormai un dato innegabile.