Economia

Indagine. Bioeconomia, il Sud batte il Centro-Nord

Maurizio Carucci martedì 9 aprile 2024

Meno sprechi con la bioeconomia

La bioeconomia vince nelle regioni meridionali. Al Sud il 23,6% delle imprese è “bio”, utilizza cioè risorse biologiche, inclusi gli scarti, nelle proprie produzioni, contro il 19,7% delle imprese del resto del Paese. E nel Mezzogiorno le imprese “bio” sono anche più innovative. Il 59,8% ha investito o investirà in tecnologie 4.0 tra il 2017 e il 2024, (contro il 56,3% del Centro Nord). Mentre il 50% ha adottato un modello aperto alle collaborazioni con Università, clienti e fornitori per una crescita strutturata del territorio e per il rafforzamento delle filiere produttive (contro il 46,1%). È quanto emerge dall’indagine realizzata dal Centro Studi Tagliacarne e Svimez su un campione di 2mila imprese, con un numero di addetti compreso tra cinque e 499 unità.

«In una fase in cui si ripropone in maniera rinnovata il tema della crescita della base produttivo-manifatturiera del Mezzogiorno, la filiera della bioeconomia si pone come un prezioso asset a livello locale. Perché esprime una forte capacità di creare collegamenti tra segmenti diversi a valle e a monte della catena produttiva, come quello dell'agricoltura, che costituisce tradizionalmente un’eccellenza del territorio, e del recupero delle relative produzioni», spiega il direttore generale del Centro Studi Tagliacarne Gaetano Fausto Esposito, che aggiunge: «Il profilo dinamico di queste imprese in investimenti nella duplice transizione e la maggiore sensibilità ai temi della sostenibilità, anche in termini sociali e di attenzione all'occupazione, deve porre questo segmento di imprese al centro di policy di rilancio della crescita per il Sud, anche attraverso politiche di incentivazione mirate».

Per il direttore generale dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno Luca Bianchi «si conferma quanto rilevato dalla Svimez in questi anni circa le potenzialità di sviluppo offerte dai nuovi settori dell’economia circolare e della bioeconomia in particolare per il Mezzogiorno, a condizione che le importanti esperienze oggi presenti siano accompagnate da politiche industriali e di filiera funzionali a renderle più solide e a favorirne la crescita anche dimensionale»

La scelta “bio”, nel complesso, si rileva nel Mezzogiorno come nel resto d’Italia un potente stimolo per investire in green e in innovazione su cui ha puntato il 63,2% delle imprese nazionali della bio-economia (contro il 35,5% delle non bio). Nel Meridione, infatti, il 63,4% delle imprese bio ha investito tra il 2017 e il 2024 in processi e prodotti a maggior risparmio energetico, idrico e/o a minore impatto ambientale (contro il 37,0% delle non bio), in linea con quanto si è verificato nel Centro-Nord dove (63,2% contro il 35,2% nelle non bio). Anche per questo il 57,3% di queste imprese meridionali ha investito o investirà in R&S nello stesso periodo (contro 45,3% delle non bio). Essere “bio” si traduce, inoltre, pure in una maggiore attenzione ai lavoratori non solo dal punto di vista sociale, ma anche professionale. Il 61,0% delle imprese bio del Mezzogiorno ha avviato percorsi formativi per i propri dipendenti nel biennio 2017-2019 e ha intenzione di continuare le attività di formazione anche nel biennio 2022-2024 (vs il 57,0% delle non bio meridionali). Una quota che si presenta anche più elevata nel Centro-Nord (62,5% contro il 54,7%).

Investire in digitale fa bene agli affari delle imprese bio. Nel Meridione, in particolare, queste realtà imprenditoriali che hanno già puntato tra il 2017 e il 2021 sul digitale dichiarano di avere ottenuto una maggiore produttività nel 28,0% dei casi, una migliore qualità dei prodotti e minori scarti (24,4%), una maggiore velocità nel passaggio dal prototipo alla produzione (23,2%), nuove funzionalità del prodotto derivanti dall’Internet of thing (22,0%).

Aumentare la competitività e rispondere alle regole nazionali e internazionali: sono queste le principali motivazioni che portano le aziende “bio” del Mezzogiorno a intraprendere la strada della transizione ecologica. Più della metà di queste imprese dichiara, infatti, di aver investito tra il 2017 e il 2021 sia per rispondere alle regole e alle normative imposte a livello nazionale ed europeo (nel 56,1% dei casi), sia per aumentare la propria competitività (nel 52,4% dei casi). Mentre il 30,5% di queste imprese della bioeconomia del Sud ha sostenuto investimenti ambientali per reagire all’aumento dei prezzi delle materie prime ed energetiche e il 29,3% lo ha fatto perché convinto che l’inquinamento e il cambiamento climatico rappresentino un rischio per l’azienda e la società.

Agricoltura 4.0 e biologico in continua crescita

Oltre 30 milioni di euro l’anno investiti in attività di ricerca e sviluppo da parte delle aziende associate, agricoltura 4.0 in crescita e superfici coltivate secondo metodo biologico in Italia in continuo aumento. È questo il quadro che emerge dall'Osservatorio Agrofarma. Il costante miglioramento nell’uso degli agrofarmaci e degli altri input produttivi risulta, infatti, chiaramente dal report attraverso l’analisi del comparto dell’agricoltura digitale. Nel 2023 il 9% della superficie agricola utilizzata (analizzata su un campione di 8,3 milioni di ettari) è stata coltivata attraverso strumenti 4.0, continuando a essere uno dei settori di maggiore crescita (+ 71%), con un mercato che nel 2023 valeva 2,5 miliardi di euro.

Per quanto riguarda le attività di ricerca e sviluppo condotte dall’industria degli agrofarmaci in Italia, il report evidenzia che la spesa destinata allo sviluppo di nuovi prodotti agrofarmaci raggiunge i 32 milioni di euro, pari, in media, al 2,9% del fatturato totale per azienda, contro una media, secondo i dati Istat, del 1,5% del comparto industriale. A questi vanno poi aggiunti gli investimenti fatti a livello globale ed europeo per l’individuazione e la registrazione di nuove sostanze attive.

A proposito di agricoltura biologica, l’Osservatorio Agrofarma evidenzia come le superfici destinate a questa tipologia produttiva in Italia continuino a crescere. L’incidenza dell’agricoltura biologica sulla superficie agricola utilizzata totale (pari al 20% nel 2022 con 2,3 milioni di ettari totali) è di gran lunga superiore alla media europea, che si attesta intorno al 9% nello stesso anno.

Tali tendenze di crescita costante si riflettono anche nell’offerta di agrofarmaci e nelle attività di ricerca e sviluppo condotte dalle imprese associate ad Agrofarma, per le quali il fatturato delle vendite di prodotti autorizzati per l’impiego in agricoltura biologica nel 2023 è di 134 milioni di euro, pari a circa il 12% del fatturato totale. Si tratta di una percentuale destinata a crescere se si considera che oggi i prodotti impiegabili in agricoltura biologica rappresentano il 20% del totale, ma, tra quelli che verranno lanciati nell’arco dei prossimi tre anni, la quota sale al 30%, a conferma sia dell’impegno che come industria abbiamo assunto a livello europeo, sia dei trend autorizzativi già evidenziati con il I report dell’Osservatorio, che osservava una crescita del +102 % delle vendite di agrofarmaci contenenti principi attivi consentiti in agricoltura biologica.

In crescita anche le imprese biotech in Italia, il cui numero in Italia negli ultimi 15 anni è quasi raddoppiato, con un fatturato complessivo nel 2022 di circa 13,6 miliardi di euro.

L’Osservatorio Agrofarma, quindi, fa emergere chiaramente l’alta propensione all’innovazione e alla sostenibilità del comparto agricolo italiano. In questo contesto le imprese di Agrofarma sono da sempre in prima linea nel fornire agli agricoltori prodotti e soluzioni che, combinati e integrati tra loro, consentono di rispondere non solo alle esigenze produttive, ma anche a quella di una sempre maggiore tutela della salute umana e dell’ambiente.

Confagricoltura: anche fame zero con innovazione e buone pratiche

L'agricoltura italiana può contribuire alla diminuzione dello spreco migliorando le tecniche di raccolta e di prima conservazione, ma poco può fare contro le avversità climatiche degli ultimi anni e gli attacchi di nuovi parassiti delle piante, che da soli costituiscono più dell'80% delle cause di spreco in agricoltura. Lo afferma Confagricoltura. L'inflazione, i redditi stagnanti, l'aumento del costo della vita, uniti all'instabilità geopolitica causata dalle guerre in zone strategiche per la produzione di materie prime - sostiene l'organizzazione agricola - determinano un contesto che richiede lo sforzo di tutti e che ci sta allontanando dall'obiettivo dell'Agenda 2030: quello di sconfiggere fame, insicurezza alimentare e malnutrizione in tutte le sue forme. E l'obiettivo dell'agricoltura non è solo quello dello "spreco zero", ma anche della "fame zero" e della sostenibilità. Con Make the difference, fare la differenza per raggiungere il traguardo fissato dall'Agenda 2030, ha tra i suoi obiettivi ha anche quello di dimezzare lo spreco pro capite.

Secondo la Fao, dei 570 milioni di agricoltori attivi, soltanto l'1% è strutturato in forma di impresa e produce il 70% del cibo per il mercato: dati che confermano il ruolo centrale che riveste un settore che ha di fronte sfide importanti da vincere, come quella di garantire cibo sano ad una popolazione mondiale in continua crescita. Per Confagricoltura, quindi, sono fondamentali la tecnologia e la ricerca per permettere di aumentare le produzioni preservando le risorse naturali. E per combattere lo spreco alimentare l'innovazione è essenziale. Si potrà lavorare sulla durata e la conservazione degli alimenti, sui packaging innovativi.

Confagricoltura sottolinea inoltre come sia necessario, per le imprese agricole, investire nell'applicazione di un sistema di economia circolare in grado di minimizzare i rifiuti, di valorizzare l'uso dei residui vegetali e dei sottoprodotti di origine animale nell'ambito agricolo e forestale per fini agronomici, per i biocarburanti, per la produzione di energia o per la produzione di fertilizzanti e, più in generale, per la bioeconomia. Un'opportunità per trasformare con successo i sistemi agroalimentari rendendoli più efficienti e sostenibili, riducendo il loro impatto sul pianeta e garantendo la sicurezza alimentare. Il settore primario ha bisogno di attenzione da parte del Governo, di quadri normativi e regolatori snelli e sburocratizzati, che non aggravino il peso gestionale ed economico già compromesso da anni di pandemia e dalle ricorrenti crisi internazionali.

Nasce il nuovo Sistema informativo forestale nazionale

Nasce il nuovo Sinfor-Sistema informativo forestale nazionale con l'obiettivo di raccogliere tutte le informazioni statistiche, amministrative, cartografiche e ambientali inerenti alla materia forestale. «Il nuovo Sinfor è uno strumento importante - sottolinea il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida -. Un mezzo per approfondire il nostro prezioso patrimonio forestale, parte fondamentale del paesaggio storico e culturale italiano, che grazie al contributo congiunto di più attori oggi è diventato una realtà».

Il Sinfor è il prodotto di un costante processo partecipato tra le istituzioni, gli enti e i soggetti pubblici e privati, che a vario titolo producono e utilizzano dati e informazioni relativi al settore forestale, con l'impegno comune di mettere a disposizione, in un unico sistema organizzato e aggiornato nel tempo, i dati e le informazioni del vasto patrimonio di conoscenze disponibile in materia forestale. Il Sinfor è articolato in due ambienti interconnessi di indagine, la Carta forestale nazionale e il Database foreste: la prima raccoglie ed armonizza tutte le informazioni territoriali inerenti al patrimonio forestale nazionale, fornendo un servizio innovativo a supporto delle scelte politiche e di programmazione, gestione e pianificazione forestale; il secondo raccoglie dati e informazioni strutturati in 147 indicatori, funzionali a soddisfare le necessità conoscitive sullo stato del patrimonio boschivo e del settore forestale nazionale, a garantire un progressivo monitoraggio sull'attuazione della Strategia Forestale Nazionale e adeguate risposte alle esigenze di reporting a livello nazionale e internazionale.