Economia

Il ministro dell'Ambiente. Galletti: «Il mondo dimostri di passare dalle parole ai fatti»

Antonio Maria Mira giovedì 10 dicembre 2015
«È un passo avanti, finalmente abbiamo un testo su cui discutere. Ma la soluzione finale potrà essere all’altezza solo se la politica a questo punto ci mette la politica. Che non vuol dire numeri, ma la responsabilità che ognuno si deve prendere per l’affermazione di quell’ecologia integrale che papa Francesco ci ha ricordato nella sua Enciclica. Ma l’accordo deve essere ambizioso. I due giorni che restano sono determinanti perché ogni Paese possa dimostrare quanto è disponibile a passare dalle parole – che per ora sono state tante – ai fatti, che ora vanno messi nero su bianco». È l’appello che fa il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti dopo la presentazione della bozza sulla quale ora la palla passa ai governi. «Il Papa ci ricorda che l’ecologia non è solo un tema ambientale ma sociale e economico, riguarda povertà e sicurezza. Questi sono i temi che dobbiamo affrontare a Parigi. Chi soffre di più i mutamenti climatici sono proprio i paesi che meno hanno pro- dotto inquinamento e che sono più poveri». Quali i punti ancora in ballo?Il primo è chi deve mobilitare le risorse. È chiaro che ci sono Paesi debitori verso altri perché di più hanno inquinato nel corso dei secoli e sono i Paesi industrializzati. Poi ci sono quelli in via di sviluppo. È giusto in questo momento che i primi mobilitino forti risorse, si tratta di 100 miliardi di dollari entro il 2020, per aiutare gli altri a portare a termine quegli impegni che hanno preso coi propri contributi nazionali. Ma non è solo un problema di risorse. Visto che questo é un accordo che dura fino al 2100, ci sono Paesi che in questi 85 anni cresceranno e potranno entrare così nella lista dei Paesi donatori.Bisognerà su questo essere molto chiari...Certo. Uno dei paradossi è che oggi noi siamo tra i Paesi industrializzati e aiutiamo Paesi in via di sviluppo che si chiamano Cina o Brasile che sono già o lo saranno presto delle grandi potenze. Quindi serve un meccanismo che permetta di definire bene quando é che un Paese diventa industrializzato. Un altro punto fondamentale è che questa mobilitazione di risorse vada veramente a finanziare le politiche nazionali per la riduzione del CO2.Chi dovrà controllare? Ci vuole un sistema di controllo vincolante perché io sono disponibile a dare, però voglio essere sicuro che serva al fine che insieme abbiamo deciso di raggiungere. Serve un meccanismo di monitoraggio trasparente, non volontario ma vincolante, che ci permetta di vedere a che punto siamo. Certo ci sarà qualcuno non in grado di farlo perché ci sono paesi che come priorità non hanno l’emissione di CO2 ma la fame e la guerra. Pensiamo allora a un meccanismo flessibile, dinamico, che ci permetta nel corso dello sviluppo del protocollo di arrivare a questo risultato. Ormai non c’è più nessun ombrello, é il momento della responsabilità.Uno dei punti rimasti sospesi è quello dell’ambizione. In che senso?Quando facciamo il conteggio di tutti i contributi nazionali non arriviamo all’obiettivo di limitare il surriscaldamento ad almeno 2 gradi, ma siamo ancora distanti, arriviamo a 2,7 forse addirittura a 3. Allora ci vuole più ambizione. Vuol dire che quando andremo a fare il monitoraggio dell’accordo dovremo scegliere ulteriori misure per arrivare ai 2 gradi. Poi c’è una posizione europea molto italiana. Noi continuiamo a dire che i 2 gradi – lo sappiamo dal punto di vista scientifico – non salvano tutti. L’obiettivo di lungo periodo deve essere di 1,5 gradi. Questo ci permette di fare un accordo veramente solidale e universale, perché così si salvano tutti, dalle piccole isole alle montagne più desertificate.A Parigi l’Europa é riuscita a parlare con una sola voce. Un fatto di questi tempi molto raro...É un mezzo miracolo e sono orgoglioso che questo avvenga su un tema cruciale come l’ambiente. L’Europa se vuole c’è, se marcia unita. E posso dire, dopo tre giorni trattative, che qui conta. Dovremmo farlo anche su altri temi...L’Italia sta ottenendo buoni risultati ma c’è chi critica alcune scelte del governo come il via libera alle perforazioni in mare.Sia chiaro, io vorrei un paese che va solo con le energie rinnovabili ma non vivo in quel paese. É un obiettivo, ci arriveremo tra alcuni anni, ma adesso importiamo ancora petrolio e gas. Faccio una domanda: é etico dire io del petrolio ho bisogno ma voglio usare quello degli altri e il rischio se lo prendano loro, soprattutto i più poveri, perché io i miei mari non li voglio toccare? Credo che non sia giusto. Non possiamo predicare bene e razzolare male.