Economia

Reportage. Così l'Unicef ha segnato il suo Millennium goal

Annalisa Guglielmino sabato 19 settembre 2015
Do you need to open it? La domanda sulla valigetta termica che viaggerà per mezzo mondo prima di arrivare a destinazione è per il doganiere, o la guardia di confine: hai bisogno di aprirla? Dentro, ci sarà il vaccino per centinaia o migliaia di bambini, da raggiungere il più in fretta possibile. Ogni 11 minuti un neonato muore di tetano… C’è davvero bisogno di aprire, contaminare, alterare la temperatura di quel carico vitale, di perdere altro tempo?  Centinaia, migliaia di valigette come questa prendono il volo ogni giorno da qui, l’Unicef Supply Innovation Unit nel porto di Copenhagen. L’enorme centro logistico – 20mila metri quadrati, l’equivalente di 3 campi da calcio, donati dal governo danese – è il cuore organizzativo dell’Unicef, da cui proviene la maggior parte di vaccini, farmaci, materiali didattici e alimenti. In media partono 130 spedizioni cargo al giorno verso 190 Paesi e territori.  Afghanistan, Angola, Cambogia, Congo, Haiti, Kenya, Mali, Niger, Pakistan… l’elenco è lungo. Anche su questi campi, in una strenua lotta contro il tempo, si inseguono gli Obiettivi del millennio (Millennium Development Goals) delle Nazioni Unite che nel 2000 gli stati membri si sono impegnati a raggiungere entro il 2015. Tra questi, proprio la riduzione di due terzi della mortalità infantile al di sotto dei 5 anni (obiettivo 4.A), e l’abbattimento di tre quarti del tasso di mortalità materna (5.A).

@Photo A.Bizzi Joan Howe, una specialista Unicef in Soluzioni, ci accoglie sulla porta, ci mostra le altissime colonne di pacchi impilati sui pallet, che partono dalla capitale danese ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Addetti in maglietta blu non smettono un attimo di impacchettare, etichettare, imballare. Negli uffici di ricerca si lavora perché i prodotti inviati siano sempre di alta qualità. «Ogni minuto, ogni secondo per noi è prezioso», dice Joan. Il tetano materno e neonatale si sviluppa fra il terzo e il ventottesimo giorno di vita. Una malattia del passato, facilmente prevenibile, che da decenni nel mondo sviluppato non rappresenta un pericolo di vita, ma ancora letale per 85 milioni di donne e i loro bambini, in un’area di 22 paesi. Nonostante il vaccino sia disponibile da oltre 80 anni, nei paesi in via di sviluppo, dove spesso si partorisce in casa e in condizioni di scarsa igiene, muore un neonato ogni 11 minuti. Significa la cifra spaventosa di 49mila bambini all’anno, secondo la stima dell’Organizzazione mondiale della Sanità e di Unicef aggiornata ad ottobre 2014. @Photo A.BizziIl programma di vaccinazione inizia durante la gravidanza, quando si sviluppa il tetano materno. Una donna deve ricevere almeno 3 dosi nelle 4 settimane precedenti al parto, e i neonati devono essere vaccinati a 6, 10 e 14 settimane. «Non è sempre facile parlare con le donne, superare la barriera culturale, conquistare la loro fiducia» spiega Tabinda Syed, esperta in aiuti, sanità ed educazione, che ha svolto lunghe missioni in Afghanistan e in Myanmar, paese dove ha visto raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione del tetano.

@Photo A.Bizzi Quest’estate anche la Mauritania ha eliminato la malattia. È la 16esima nazione ad aver raggiunto l’obiettivo da quando, dieci anni fa, è partita la campagna Unicef e Procter & Gamble «Un pacco = un vaccino». Dal 2006 sono stati distribuiti 300 milioni di vaccini che hanno salvato un migliaio di mamme ogni ora e contribuito alla riduzione del 62% della mortalità infantile dovuta al tetano materno e neonatale. «In Italia, la campagna ha permesso di donare oltre 83 milioni e mezzo di vaccini» precisa Francesca Bellucci, di P&G Italia. Dall’1 ottobre al 15 dicembre si sostiene l’iniziativa nei supermercati Coop e Ipeercoop: per ogni pacco di prodotti P&G l’Unicef riceverà una donazione utile all’acquisto di un vaccino.  Il sistema delle partnership è importante, per la catena degli aiuti. Selenge Lkhagva, specialista del Centro vaccini, spiega: «Il lungo viaggio di un vaccino inizia circa due anni prima del suo arrivo a destinazione: ci sono i test di qualità, l’approvazione da parte degli organismi internazionali, la ricerca dei fondi, il programma sanitario da stilare, e infine la distribuzione. Che spesso avviene in condizioni estreme», aggiunge mostrando la foto di un operatore sanitario mentre trasporta la valigetta con i vaccini a cavalcioni di un grosso alce, nella remota provincia di Tsagaannuur, in Mongolia. «La supply division di Copenhagen si occupa sia dell’innovazione, sia di influenzare i mercati affinché i prodotti salvavita siano a disposizione dei bambini più  vulnerabili», aggiunge la ricercatrice.

Nel 2014, per la prima volta, il valore di aiuti umanitari distribuiti ha superato i 3,3 miliardi di dollari, che comprendono anche 1,65 miliardi di forniture procurate per conto di un centinaio di enti governativi. In un anno particolarmente sfidante sul fronte delle emergenze, con 102 milioni di persone (per il 50% bambini), colpite da disastri naturali (dal tifone Hayan nelle Filippine allo scoppio di Ebola in Africa occidentale) grazie al centro di Copenhagen sono stati distribuiti beni di prima necessità per 174 milioni di dollari (per Ebola l’Unicef ha distribuito 111 tonnellate di cloro e 19mila kit di protezione). Quando Joan dice «ogni minuto è prezioso» non esagera: durante le emergenze i parenti e gli amici dei dipendenti arrivano qui al porto, nei magazzini Unicef, perfino nel cuore della notte per dare una mano. Vaccini, ma non solo. «I bambini non hanno bisogno solo di salute, ma di gioco e di apprendimento. E nei casi di malnutrizione, di qualcosa che fornisca loro energie immediate». Joan prende un pacchetto grande come una merendina. «Alimento terapeutico pronto all’uso», recita la confezione. Si spezza un angolo, si succhia, sa di crema alla nocciola. «Fornisce nutrimenti essenziali, e 500 chilocalorie. Ma soprattutto abbiamo voluto che il sapore potesse rendere felice un bambino». Ed è così, tutte le volte.

@Photo A.Bizzi