Economia

PAESI EMERGENTI. I nuovi giganti lanciano la sfida ai 7 Grandi

Pietro Saccò venerdì 15 aprile 2011
Il terzo atto della sfida delle nuove potenze dell’economia mondiale al vecchio Occidente è andato in scena all’hotel Sheraton di Sanya, sull’isola di Hainan, nell’estremo sud della Cina. È lì che il presidente cinese Hu Jintao ha ospitato i colleghi di Brasile, Russia, India e (per la prima volta) Sudafrica per il vertice dei Brics, con la novità della "s" finale che sancisce l’ingresso ufficiale della nazione africana. «Il nostro potenziale economico, la nostra influenza politica, le prospettive di sviluppo di questa nostra alleanza sono eccezionali» ha constatato il russo Dmitry Medvedev. Non esagera, l’inquilino del Cremlino: assieme, i cinque Brics producono il 18% del Pil mondiale, hanno il merito del 45% della crescita economica del pianeta e la responsabilità del 40% dei suoi abitanti. Hanno titolo per dire la loro sulla gestione dell’economia globale, un tema che, qualche ora dopo, sarebbe stato discusso a qualche migliaio di chilometri di distanza dai leader Occidentali, riuniti a Washington assieme al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale.Rispetto ai 7 Grandi (che rappresentano invece il 51% del Pil globale), i 5 Brics fanno fatica a trovare punti di contatto. In comune queste nazioni hanno solo la fortissima crescita economica e la voglia di scalfire l’egemonia occidentale sul sistema della ricchezza globale. Per il resto sono Paesi politicamente e culturalmente molto diversi, e ognuno di essi deve il suo recente successo economico a caratteristiche specifiche differenti da quelle degli altri Brics. A Sanya – che era il loro terzo appuntamento – i cinque leader sono comunque riusciti a trovare un massimo comun denominatore che permettesse loro di parlare a una voce sola. Vogliono togliere al dollaro il ruolo di perno del sistema monetario globale. «La crisi finanziaria mondiale – recita il loro comunicato finale – ha dimostrato l’inadeguatezza e i difetti dell’attuale sistema finanziario e monetario internazionale». Serve allora un «sistema internazionale di riserve valutarie che dia più certezze e maggiore stabilità». Significa che le nuove potenze non sono più disposte a riconoscere agli Stati Uniti il privilegio di avere la moneta sulla quale le altre nazioni devono basare i loro scambi. Soprattutto adesso che Washington, con l’enorme deficit pubblico che ha generato per cercare il rilancio della sua economia, ha reso il biglietto estremamente instabile, e non per un breve periodo.La critica non è nuova. Sono ormai due anni che il dollaro è sotto accusa. È nuova la strategia. I Paesi Brics hanno annunciato che inizieranno a fare operazioni tra loro nelle valute nazionali, cioè senza più passare dai dollari, così da rendersi gradualmente indipendenti dal destino della moneta americana. La China Development Bank, tanto per iniziare questo nuovo corso, presterà 10 miliardi di yuan (l’equivalente di 1,5 miliardi di dollari) alle banche degli altri quattro Paesi Brics. È l’avvio di una sorta di Fondo monetario internazionale alternativo, un’altra tappa nel trasferimento verso nuove località degli snodi della finanza internazionale. L’indebolimento del dollaro non è l’unico punto su cui le nuove potenze hanno trovato una loro unità. Tutti hanno condiviso la necessità di una «maggiore attenzione» ai flussi di capitale tra gli Stati, che rischiano di gonfiare eccessivamente le loro monete. E anche i prezzi delle materie prime – in particolare quelle alimentari e l’energia – sono finiti nel mirino comune, tanto che su questo tema la Cina conta di potere portare una posizione unitaria dei Brics al G20 di Cannes, a novembre.Pechino, infatti, si è presa di diritto tra i Brics il ruolo di guida che spetta agli Usa nel G7. Ma sembra volerlo esercitare senza fare concessioni. La brasiliana Dilma Roussef, che avrebbe voluto strappare a Hu la scomoda promessa di uno yuan più flessibile, non è riuscita nemmeno a inserire il tema nell’agenda del vertice.