Economia

Aree interne. Così si genera sviluppo sostenibile

Maurizio Carucci lunedì 6 gennaio 2020

La firma del protocollo d'intesa all'Università di Salerno

Sviluppo sostenibile e aree interne. All'Osservatorio dell'Appennino meridionale - all’interno del campus universitario di Fisciano (Salerno) - si è discusso sui nodi e i ritardi delle politiche nazionali e locali di mitigazione degli effetti degli eventi naturali estremi e sul persistente deficit di cultura della prevenzione che ostacola l'approccio efficace del decisore nei confronti di una delle emergenze più gravi e dibattute del nostro tempo. In tale contesto l'Osservatorio e il Gruppo Schult'z hanno sottoscritto un protocollo di intesa che originerà attività condivise di ricerca e formazione negli ambiti di rispettivo interesse, con particolare attenzione dedicata al fenomeno degli eventi naturali estremi e al loro impatto. L'estrema fragilità idrogeologica e sismica del nostro territorio, il fenomeno dello spopolamento e dell'emigrazione, infatti, sollecitano a individuare con urgenza progetti che attraggano investimenti, spingano i giovani a restare e creino lavoro. Tra i relatori dell'incontro: i docenti dell'Università degli Studi di Salerno Mariagiovanna Riitano e Salvatore Sica, rispettivamente presidente e direttore dell'Osservatorio, Luigi Cerciello Renna, editorialista scientifico e massimo esperto di sicurezza ambientale, Luigi Pastorelli, direttore tecnico dello Schult'z Risk Centre, Gruppo leader in Italia e all’estero nella valutazione e analisi dei rischi.

«L’idea-progetto per la creazione di un Osservatorio dell’Appennino meridionale - spiega Sica - nasce nel 1998 dopo il disastro di Sarno. L'Osservatorio persegue lo scopo di promuovere attività nel campo dello studio, della pianificazione e della gestione del territorio, con particolare riguardo all'assetto idrogeologico, ai biotipi, alla fauna, alle produzioni agroforestali, all'economia, alla tipologia, storia e sviluppo degli insediamenti umani dell'Appennino meridionale. In particolare l'Osservatorio si propone come interlocutore di istituzioni italiane e straniere interessate alle tematiche relative ai problemi dei territori montani; svolge attività di ricerca e di ricerca applicata, anche per conto terzi, e attività di formazione; fornisce supporto tecnico-scientifico ad enti e istituzioni pubbliche e private. Al suo interno sono presenti il Museo-Centro di Documentazione dell'Appennino meridionale e l'Arboreto».

«In relazione all’accordo di collaborazione scientifica sottoscritto al campus universitario di Fisciano - precisa Pastorelli - è prevista l’attivazione di uno specifico Centro studi sull’impatto degli eventi estremi. L’obiettivo centrale è quello di studiare e valutare l’impatto del cambiamento climatico sulla salute dei cittadini e sulla sostenibilità finanziaria del welfare. Interlocutori privilegiati dell’attività scientifica saranno le compagnie di assicurazione e di riassicurazione e i decisori dell’ambito militare. Per il settore assicurativo diventa sempre più essenziale integrare il tema del cambiamento climatico nei propri modelli attuariali e nei processi di innovazione di prodotto. Eludere ciò determinerà che diventerà sempre più difficile stimare i rischi legati ai fenomeni connessi al cambiamento climatico e, quindi, stipulare coperture assicurative. Tale processo inevitabilmente riguarderà anche il welfare per il quale si porrà la questione di definire nuovi modelli di cura e di assistenza, potenziando soprattutto la prevenzione e l'adozione di corretti stili di vita».

Nei prossimi anni, infatti, il settore finanziario e assicurativo sarà chiamato a dotarsi di strumenti per inglobare la variabile ambientale nelle decisioni di investimento. I fattori correlati al clima, anche dai dati contenuti nel Lloyd's City Risk Index (che analizza 279 città strategiche, italiane comprese, responsabili del 41% del Pil globale), fanno decisamente la differenza in termini di ricchezza sottratta: le tempeste tropicali (al terzo posto dopo crollo dei mercati e conflitti) si pagano con 62,6 miliardi di dollari in meno di Pil, le pandemie umane con 47 miliardi, le alluvioni con 42,9 miliardi, la siccità con 8,9 miliardi. Gli impatti economici del riscaldamento globale sono pesanti: nel periodo 1980-2016 i principali rivolgimenti meteorologici hanno provocato, nei 33 Stati della più ampia area finanziaria europea, perdite economiche
pari a un totale di 433 miliardi di euro, provocate per il 40% dalle inondazioni, per il 25% dalle tempeste, per il 10%, dalla siccità e per il 5% dalle ondate di caldo (la copertura assicurativa complessiva di
questi pericoli ammontava solo al 35%). E l'Italia ha patito il danno monetario più alto tra i 28 Stati Ue, ossia 64,9 miliardi di euro, nonché più di 20mila perdite umane.

«Dall'ultimo Report del Parlamento europeo - conclude Cerciello Renna - risulta che l'Ue è il terzo maggiore inquinatore al mondo, dietro Stati Uniti e Cina, seguita da India e Brasile. E si ricava che la Germania è al primo posto tra gli Stati Ue per numero di emissioni, seguita da Regno Unito, Francia, Italia e Polonia. Sempre in ambito comunitario il 78% delle emissioni di gas serra proviene dall'uso di energia, circa un terzo del quale attribuibile ai trasporti, il 10,1% dall'agricoltura, l'8,7% dai processi industriali e di utilizzo del prodotto e il 3,2% dalla gestione dei rifiuti. Il problema è il fattore clima resta fuori dalla programmazione dei decisori politici nazionali».