Chiesa

Il saluto alla Curia romana. Il ritorno all’essenziale: le virtù necessarie

Stefania Falasca lunedì 21 dicembre 2015
Dalle «malattie curiali» alle «virtù necessarie». Nel tradizionale discorso per gli auguri natalizi alla Curia romana nella Sala Clementina, Papa Francesco, che nel dicembre dello scorso anno aveva descritto diagnosi e rimedi («antibiotici») delle patologie nelle quali può incorrere «ogni cristiano, curia, comunità, congregazione, parrocchia e movimento ecclesiale» e che «richiedono prevenzione, vigilanza e cura», quest'anno ha offerto il quadro delle virtù necessarie per chi lavora in Curia e presta servizio alla Chiesa, affinché essa sia conforme al Vangelo. Il Papa nel suo discorso ha ricordato come alcune delle 15 malattie elencate «si sono manifestate nel corso di questo anno, causando non poco dolore a tutto il corpo e ferendo tante anime anche con lo scandalo». Ma ha anche espresso gratitudine e incoraggiamento «a tutte le persone sane e oneste» che nella Curia «lavorano con dedizione, devozione, fedeltà e professionalità». Ha affermato che «la riforma andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché Ecclesia semper reformanda» e ha sottolineato che «le resistenze, le fatiche e le cadute delle persone e dei ministri» sono anche «lezioni» e «occasioni di crescita e mai di scoraggiamento». Anzi. Sono «un’opportunità per tornare all’essenziale». «Tornare all’essenziale – ha detto Francesco – significa fare i conti con la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, di Dio, del prossimo, del sensus Ecclesiae e del sensus fidei» e vuol dire entrare nell’esperienza del dono della misericordia, la quale costituisce «per tutti noi un forte richiamo alla gratitudine, alla conversione, al rinnovamento, alla penitenza e alla riconciliazione». Il Papa propone quindi «un sussidio pratico», un «catalogo delle virtù necessarie» per chi «presta servizio in Curia» e per tutti quelli che vogliono «rendere fertile il loro servizio alla Chiesa». Con un’analisi acrostica della parola MISERICORDIA, «come faceva Matteo Ricci in Cina». Il «catalogo delle virtù» si articola così sulle dodici lettere che la compongono: Missionarietà e pastoralità Idoneità e sagacia. Spiritualità e umanità Esemplarità e fedeltà Razionalità e amabilità Innocuità e determinazione Carità e verità Onestà e maturità Rispettosità e umiltà Doviziosità e attenzione Impavidità e prontezza Affidabilità e sobrietà 1. Missionarietà e pastoralità La missionarietà «è ciò che rende, e mostra, la curia fertile e feconda». «La pastoralità sana è una virtù indispensabile specialmente per ogni sacerdote». È «la misura della nostra attività curiale e sacerdotale» e «senza queste due ali – dice il Papa – non potremo mai volare, nemmeno raggiungere la beatitudine del “servo fedele”». 2. Idoneità e sagacia La prima «richiede lo sforzo personale di acquistare i requisiti» per «esercitare al meglio i propri compiti e attività, con l’intelletto e l’intuizione» ed «è contro le raccomandazioni e le tangenti». La sagacia è «la prontezza di mente per affrontare le situazioni con saggezza e creatività». Idoneità e sagacia  rappresentano «il comportamento del discepolo che si rivolge al Signore tutti i giorni». 3. Spiritualità e umanità La spiritualità è «la colonna dorsale di qualsiasi servizio nella Chiesa e nella vita cristiana». L’umanità è «ciò che incarna la veridicità della nostra fede», ciò «che ci rende diversi dalle macchine e dai robot che non sentono e non si commuovono. Quando ci risulta difficile piangere seriamente o ridere appassionatamente allora è iniziato il nostro declino e il nostro processo di trasformazione da “uomini” a qualcos’altro». Spiritualità e umanità sono da realizzare interamente, continuamente, quotidianamente. 4. Esemplarità e fedeltà Esemplarità «per evitare gli scandali che feriscono le anime e minacciano la credibilità della nostra testimonianza». L’esemplarità va di pari passo con la fedeltà alla «nostra consacrazione, alla nostra vocazione» afferma Francesco, ricordando sempre le parole di Cristo: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto (Lc 16, 10)» e «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina di un mulino e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18, 6-7)». 5. Razionalità e amabilità La prima «serve per evitare gli eccessi emotivi», la seconda «per evitare gli eccessi della burocrazia e delle programmazioni e pianificazioni». Ogni eccesso, osserva Francesco «è indice di qualche squilibrio». 6. Innocuità e determinazione L’innocuità «è il fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te». Fa «agire con attenzione e comprensione» rendendo «cauti nel giudizio, capaci di astenerci da azioni impulsive e affrettate». La determinazione è «l’agire con volontà risoluta, con visione chiara e con obbedienza a Dio e solo per la legge suprema della salus animarum». 7. Carità e Verità Sono le «due virtù indissolubili dell’esistenza cristiana»… «Al punto che la carità senza verità diventa ideologia del buonismo distruttivo e la verità senza carità diventa giudiziarismo cieco». 8. Onestà e maturità L’onestà è «la rettitudine, la coerenza e l’agire con sincerità assoluta con noi stessi e con Dio». Chi è onesto agisce rettamente anche quando non ci sono sorveglianti o superiori, «l’onesto non teme di essere sorpreso, perché non inganna mai colui che si fida di lui». E «non spadroneggia mai sulle persone o sulle cose che gli sono state affidate». Mentre la maturità è «la ricerca di raggiungere l’armonia tra le nostre capacità fisiche, psichiche e spirituali». 9. Rispettosità e umiltà La prima è la dote delle anime nobili che «cercano sempre di dimostrare rispetto autentico agli altri, al proprio ruolo, ai superiori e ai subordinati, alle pratiche, alle carte, al segreto e alla riservatezza» e «sanno ascoltare attentamente e parlare educatamente». L’umiltà è la virtù «delle persone piene di Dio che più crescono nell’importanza più cresce in loro la consapevolezza di essere nulla e di non poter fare nulla senza la grazia di Dio». 10. Doviziosità e attenzione Più si ha fiducia in Dio e nella Sua provvidenza più «siamo doviziosi di anima e aperti nel dare». È inutile dice il Papa, «aprire tutte le porte sante di tutte le basiliche del mondo se la porta del nostro cuore è chiusa all’amore, se le nostre mani sono chiuse al donare, se le nostre case sono chiuse all’ospitare e se le nostre chiese sono chiuse all’accogliere. L’attenzione è il curare i dettagli e l’offrire il meglio di noi e il non abbassare mai la guardia sui nostri vizi e mancanze». 11. Impavidità e prontezza Essere impavido significa «non lasciarsi impaurire di fronte alle difficoltà» e «agire con audacia e determinazione e senza tiepidezza». La prontezza è «il saper agire con libertà e agilità senza attaccarsi alle cose materiali che passano», senza mai «farsi appesantire accumulando cose inutili e chiudendosi nei propri progetti e senza farsi dominare dall’ambizione». 12. Affidabilità e sobrietà Affidabile è «colui che sa mantenere gli impegni con serietà e attendibilità quando è osservato ma soprattutto quando si trova solo» e «non tradisce mai la fiducia che gli è stata accordata». La sobrietà è «prudenza, semplicità, essenzialità, equilibrio e temperanza». È «la capacità di rinunciare al superfluo e di resistere alla logica consumistica dominante». È «guardare il mondo con gli occhi di Dio e con lo sguardo dei poveri e dalla parte dei poveri». Chi è sobrio «è una persona essenziale in tutto, perché sa ridurre, recuperare, riciclare, riparare, e vivere con il senso della misura». Papa Francesco ha concluso il suo discorso citando una preghiera dedicata al beato Oscar Romero dal cardinale statunitense Dearden: «Siamo manovali, non capomastri, servitori, non messia». Chiedendo che sia la misericordia «la colonna portante del nostro operare». Sia essa «a insegnarci quando dobbiamo andare avanti e quando dobbiamo compiere un passo indietro». Sia essa «a guidare i nostri passi, a ispirare le nostre riforme, a illuminare le nostre decisioni».