Chiesa

Coronavirus. Torino, gli «angeli» dell'ultimo viaggio

Federica Bello sabato 25 aprile 2020

Giulia (il nome è di fantasia) ha 8 anni, è Sabato Santo e al cimitero Monumentale piange. Con i genitori sta salutando il nonno. Termina la benedizione, il feretro si allontana e, mantenendo la debita distanza, il diacono, che ha concluso il rito, le sussurra: «Domani è Pasqua, quando aprirai l’uovo pensa al nonno che in quel momento sarà felice per te e con te». Spunta un sorriso, il diacono la saluta e si prepara alla benedizione successiva.

Accade a Torino e il diacono Giorgio Agagliati è uno dei “rinforzi” a quel servizio di preghiera e accompagnamento che la Chiesa to- rinese garantisce ai defunti prima della tumulazione grazie ad una équipe di diaconi. Un “rinforzo”, perché l’epidemia ha moltiplicato il numero dei morti e ha impedito i funerali nelle comunità. Dunque l’équipe si è «allargata », raggiungendo la decina di unità: si sono aggiunti alcuni ministri di solito impegnati in altri servizi e si è garantita una fascia oraria più ampia.

Poi ci sono anche altri diaconi e preti che, in particolare nei paesi, accompagnano il feretro per la benedizione. «Il servizio dei diaconi ai cimiteri cittadini – spiega don Claudio Baima Rughet, delegato arcivescovile per il diaconato permanente – è continuativo ed è svolto da anni. La loro presenza, in quanto collaboratori del vescovo, fa sentire alle famiglie in lutto l’abbraccio della grande famiglia cristiana, vincendo, almeno in parte, l’isolamento e il conseguente senso di solitudine».

Ed è la solitudine, infatti la grande ferita di questa pandemia, di un virus che, come testimonia il diacono Marco Allara, responsabile dell’équipe, «ti isola anche nel momento della tumulazione e impedisce ai parenti di godere del sostegno degli abbracci… ». Una solitudine che si spera possa essere in parte allentata nella fase 2, come annunciato in un’intervista ad Avvenire dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, con «la possibilità di poter tornare a celebrare i funerali seppure alla presenza soltanto dei parenti stretti e nel rispetto delle misure di distanziamento fisico dei partecipanti».

L’arcidiocesi piemontese da sempre ha attivato questo servizio, che in tempo di pandemia ha visto crescere il proprio impegno. «Spesso diventiamo come i loro figli, il coniuge, i parenti»

Ma per ora la solitudine continua. «Arrivano i feretri – prosegue Allara –e spesso, se si tratta di morti di Covid-19, i parenti più prossimi sono in quarantena e non c’è nessuno se non gli addetti alle onoranze funebri; così sappiamo che in quel momento siamo anche i tramiti di quel saluto che figli, mariti o mogli non possono fare, di quel saluto che spesso è un aiuto a elaborare il lutto e per questo ci viene chiesto di essere filmati o di celebrare il rito in collegamento attraverso i telefoni ». «Mi è capitato – conclude Allara – di ricevere ringraziamenti da parte di familiari che avevano visto le immagini e si sono sentiti confortati: non avevano più potuto vedere il congiunto dal ricovero in ospedale…».

«Recentemente – spiega Nicola Ruggiero – ho celebrato il rito per il padre di un parroco della nostra diocesi, lui era in quarantena. Lui che avrebbe voluto accompagnare il papà come ha fatto per tanti suoi fedeli era a casa, allora ci siamo collegati con il telefonino e abbiamo pregato insieme ed è stato un momento di comunione profonda». «Il tempo purtroppo non è molto – aggiunge – e il fatto di essere giustamente protetti da guanti e mascherine e di rispettare le distanze rende più difficile un servizio che spesso è anche espresso con strette di mani, carezze. Così ora è lo sguardo a veicolare la speranza che la fede ci invita ad avere… una speranza che deve aiutarci a vincere le paure. Anche io non lo nego un po’ di paura ce l’ho, ma credo che sia importante il nostro essere lì a nome di tutta la Chiesa».

«Normalmente – prosegue Marco Berruto – tutti i defunti che benediciamo, nel fine settimana vengono ricordati nella Messa celebrata nella chiesa del cimitero, ora non è possibile, allora invito i parenti a non perdere questo momento di preghiera, quando sarà possibile, o di comunicarlo ai parroci che celebrano comunque la Messa ogni giorno. Non c’è stato il funerale, ma c’è una catena invisibile di preghiera che continua a tenerci uniti e a darci forza». «Credo che ciò che cerchiamo di fare – prosegue Agagliati – è essere una piccola luce di speranza. Dico spesso che il momento che viviamo insieme al cimitero è un prendere per mano chi è mancato per accompagnarlo a Dio, un prendere per mano che non è magari stato possibile fisicamente al momento della morte, ma lo è nella preghiera. Il tempo non è molto, ma vorremmo trasmettere ai presenti che quel tempo è per loro e per il loro caro, ciascuno è preso per mano».

Ed ecco al termine di un altro “turno” due signore, che avevano accompagnato il papà, intonano insieme un canto: «mi sono fermato e mi ha commosso – conclude Agagliati –. Il papà aveva trasmesso loro amore per la musica e ora loro, dopo aver pregato, facevano salire al cielo la voce: un legame di amore e gratitudine che la morte non può spezzare».