Chiesa

Ecumenismo. Dialogo tra le Chiese, le donne protagoniste

Riccardo Maccioni mercoledì 13 gennaio 2021

La comunità monastica di Grandchamp, in Svizzera

Un check-up, una verifica sulla salute del dialogo. Una riflessione sul cammino già fatto. Il riconoscimento dell’importanza di essere parte della stessa famiglia, di invocare insieme il medesimo Signore. Ogni anno, dal 18 al 25 gennaio, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è l’occasione per confrontarsi sugli ostacoli che ancora rallentano la strada verso la piena comunione. Sono giorni in cui appare più evidente come sia essenziale la docilità all’azione dello Spirito, che è il regista della storia, la guida della “cordata”. Si tratta di interpretarne le indicazioni nel modo giusto, di seguirne senza riserve gli inviti. Anche i temi della Settimana rientrano in questo disegno. Argomenti che guardano all’attualità della vita spirituale senza trascurare le esigenze dell’esistenza quotidiana, di tutti i giorni. Così per il 2021 il tema scelto è tratto dal Vangelo di Giovanni: “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto“ ( Gv 15, 5-9). Un richiamo al recupero dell’essenziale, in un periodo che mai come ora sottolinea la fragilità umana e il bisogno di valorizzare, di ricentrare la dimensione comunitaria del credere.

La comunità di Grandchamp

Al tempo stesso, il passo biblico esprime pienamente la vocazione alla preghiera e all’unità di chi ha preparato il sussidio, il materiale che accompagnerà la Settimana e i giorni in cui sarà scandita: la Comunità monastica di Grandchamp, nel cantone svizzero di Neuchâtel. Ne fanno parte monache, attualmente una cinquantina, appartenenti a diverse tradizioni ecclesiali e provenienti da differenti Paesi. La loro esperienza, avviata negli anni ’30 del secolo scorso, si basa su tre pilastri fondamentali: preghiera, vita comunitaria, ospitalità, che poi costituiscono il fondamento del sussidio che accompagnerà la Settimana. «Il termine francese per “monaco” o “monaca” – moine/ moniale– deriva dal greco monos che significa “solo” e “uno” – prosegue la riflessione –. I nostri cuori, i nostri corpi, le nostre menti, però, lungi dall’essere uno, sono spesso dispersi, spinti in direzioni opposte. Il monaco e la monaca desiderano essere uno nel proprio io, e uniti a Cristo. Gesù ci dice: “Rimanete uniti a me, e io rimarrò unito a voi” ( Gv 15, 4a). Una vita integrata presuppone un percorso di auto- accettazione, di riconciliazione con la storia personale e con quella che abbiamo ereditato». Occorre cioè impegnarsi a «rimanere in Cristo» per poter «produrre molto frutto» così da far crescere, alimentato dalla sorgente dell’amore, la comunione. Che a sua volta si nutre e viene sostenuta dalla solidarietà e dalla testimonianza. Restando in Cristo – sottolinea il sussidio –, «noi riceviamo la forza e la sapienza per agire contro le strutture di ingiustizia e di oppressione, per riconoscerci pienamente come fratelli e sorelle nell’umanità, ed essere artefici di un nuovo modo di vivere nel rispetto e nella comunione con tutto il creato». “Prega e lavora affinché Dio possa regnare” è scritto nella regola di vita delle “sorelle” di Grandchamp. Vuol dire che la preghiera e la vita quotidiana devono stare insieme, non possono essere disgiunte. «Tutto ciò di cui facciamo esperienza – spiegano le religiose – è teso a diventare un incontro con Dio».

Una Commissione internazionale

Naturalmente il materiale liturgico e di approfondimento che accompagna la Settimana è frutto di un lavoro collettivo, che ha visto la Commissione internazionale costituita dalla Chiesa cattolica (Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) e il Consiglio ecumenico delle Chiese (Commissione Fede e Costituzione) riunirsi a Grandchamp dal 15 al 18 settembre 2019. Tutta la comunità monastica è stata coinvolta nella scelta del tema e nella stesura dei testi e quattro suore hanno collaborato con la Commissione durante l’incontro dell’anno scorso, moderato congiuntamente dal direttore della Commissione Fede e Costituzione, Odair Pedroso Mateus, e dall’ufficiale del Pontificio Consiglio per l’unità, Anthony Currer. Il risultato è un sussidio, che sottolinea (anche) l’importanza di dare sempre più spazio, respiro, “casa”, alla vita dello spirito, a sua volta radice e anima del servizio a Dio e agli altri. «Il monastero – diceva il trappista belga André Louf – dovrebbe essere un luogo ecumenico per eccellenza. Prefigura quelle comunioni che altrove esistono solo nella speranza. Esso è già un segno della Chiesa indivisa verso cui lo Spirito ci guida oggi con mano potente».