Un conto da 3 miliardi di euro nell'arco complessivo dei primi tre anni di introduzione e quindi un esborso da 1,5 miliardi per ogni anno successivo. È quanto costerà alle casse dello Stato il bonus da 80 euro
annunciato dal premier, Matteo Renzi, che verrebbe assegnato
sotto i 90.000 euro di reddito. Il conto (pur senza tener in considerazione delle limitazioni di reddito) è semplice: nel 2013 sono nati 514.000 bambini (il minimo storico, sostenuto dal 20% di nascite da madri straniere) e se questi dati venissero confermati lo stato, per versare 80 euro per 12 mesi a ogni mamma, dovrebbe far fronte ad un'uscita di circa 493 milioni di euro per il 2015. Che diventerebbero il doppio il secondo anno (ai bambini del 2015 si sommeranno quelli del 2016) ed il triplo il terzo, per un totale appunto di 1,5 miliardi. Che si
stabilizzerebbe poi dal 2018, con un'uscita costante di 1,5 miliardi, visto che da quell'anno non si verseranno più i 500 milioni ai nati nel 2015.
Si tratta dell'ultima iniziativa in ordine temporale a favore
delle mamme, con l'obiettivo di dar loro un sostegno economico
ma anche di fornire una sorta di incentivo alla maternità, in un
Paese che, dal 2008, fa segnare un andamento decrescente delle
nascite.
I PRECEDENTI DA BERLUSCONI ALLA FORNERO. Il primo a intervenire sul tema fu Silvio Berlusconi, con la
Finanziaria del 2006. "Caro..., felicitazioni per il tuo arrivo!
Lo sai che la nuova legge finanziaria ti assegna un bonus di
1.000 euro? I tuoi genitori potranno riscuoterlo presso...":
così iniziava la lettera che l'allora premier inviava ai
nascituri, dopo l'introduzione di un bonus di quell'ammontare
per ogni figlio nato o adottato nel 2005 o per ogni secondo o
ulteriore figlio nato o adottato nel 2006. Un bonus che portò
con sé numerose polemiche, soprattutto dopo che nel 2011 il
Tesoro emise una nota con cui chiedeva a circa 8.000 famiglie la
restituzione dei 1.000 euro. E ricordando che il bonus
riguardava chi risiedeva in Italia con cittadinanza comunitaria,
con un reddito del nucleo familiare non superiore a 50.000 euro.
Nel 2012, la riforma Fornero - per il triennio 2013-2015 -
tornò sull'argomento, erogando 20 milioni di euro per venire
incontro alle esigenze delle mamme lavoratrici che non intendono
usare il congedo parentale dopo quello obbligatorio. In questo
periodo le madri che rientrano al lavoro possono ottenere un
contributo da 300 euro per 6 mesi, sotto forma di voucher
dell'Inps, da spendere per servizi di baby sitter o per
l'iscrizione del figlio ad un asilo accreditato.