Attualità

Intervista. Nordio: «Carceri priorità assoluta, separazione delle carriere in arrivo»

Vincenzo R. Spagnolo domenica 28 aprile 2024

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

Il padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, che papa Francesco visita domenica, si trova nel carcere femminile della Giudecca. Una collocazione fortemente simbolica, a sottolineare la necessità di una vera, concreta e prodiga attenzione per un universo, quello carcerario, spesso ignorato - dalla politica, dai media e di conseguenza da milioni di cittadini - nonostante versi da anni in una condizione di profonda sofferenza. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato nel padiglione nei giorni scorsi. E vi torna in occasione dell’arrivo del Pontefice.

Mentre ci pensa, durante questo ampio colloquio con "Avvenire", mille emozioni lo attraversano: «Provo un sentimento di profonda gratitudine e di incoraggiamento - racconta -. Ero bambino, quando nel 1958 Papa Giovanni XXIII andò a Regina Coeli a trovare i carcerati. Da bravo chierichetto, pensai alle parole di Gesù nel Vangelo di Matteo. Ma francamente, all’epoca non avrei mai immaginato di accogliere il Santo Padre nella città di Papa Sarto e di Papa Luciani come ministro della Giustizia. Aggiungo che, per me, il problema carcerario è una priorità assoluta. E questa visita del Pontefice ci sprona a far di più e meglio».

Ministro, nel frattempo il sovraffollamento è tornato preoccupante: a fine marzo, i detenuti erano 61.049, a fronte di 51.178 posti tabellari, con un aggravio delle condizioni di vita in spazi già ristretti. Con quali strumenti sta affrontando la situazione?

Il sovraffollamento dipende da vari fattori: l’insufficienza di strutture, un eccesso di custodia cautelare e una concezione essenzialmente carcerocentrica del nostro sistema penale, fondato su un codice che reca la firma di Mussolini e del Re. I rimedi sono conseguenti e su tutti stiamo lavorando. Intanto, occorre ridurre la carcerazione preventiva, come previsto nel ddl già approvato dal Senato: oggi migliaia di detenuti sono in attesa di giudizio e molti vengono prosciolti.

Nei mesi scorsi, lei aveva indicato in 9mila il numero dei detenuti in condizione di poter accedere a pene sostitutive. Lo ritiene fattibile? O il tema spaventa una parte delle forze di maggioranza?

Bisogna introdurre pene alternative per i condannati di imminente liberazione e i tossicodipendenti: pensiamo alle comunità. Ancora, servono accordi con altri Stati per consentire a detenuti stranieri di scontare nei Paesi di origine la pena.

Avete appena finanziato nuovi interventi di edilizia carceraria. Saranno sufficienti?

È stato dato il via libera, insieme al ministero delle Infrastrutture, a finanziamenti per centinaia di milioni per interventi su molti istituti penitenziari, per costruire nuovi padiglioni, ristrutturare vecchi raggi e individuare strutture che offrano spazio per lavoro e attività fisica, rimedi essenziali alla rieducazione. Stiamo lavorando molto e a breve ne vedremo i risultati.

Intanto le sacche di dolore nel mondo penitenziario fanno crescere i suicidi fra i detenuti: 70 nel 2023, già 32 nel 2024. Quali strategie il suo dicastero sta mettendo in atto per contenere questa strage silenziosa?

Il suicidio in carcere è una sconfitta. Un fardello di dolore purtroppo comune a molti Stati. Questo ovviamente non può essere una scusante, né una rassegnazione. Le cause sono intuibili: la solitudine, l’incertezza del futuro e quella claustrofobia che può farti impazzire. Il rimedio risiede essenzialmente nell’attività fisica, nel lavoro. Noi abbiamo stretto rapporti con società sportive e con molte comunità per portare dentro gli istituti l’una e l’altro. Essenziale è poi il sostegno psicologico: recentemente abbiamo stanziato 5 milioni di euro aggiuntivi. Non è abbastanza, ma è l’inizio.

L’inchiesta giudiziaria sul carcere minorile Beccaria ha svelato violenze inaudite e umiliazioni su almeno 12 ragazzi, con 13 agenti penitenziari arrestati e altri 8 sospesi. Qual è la sua valutazione?

Si tratta di una vicenda gravissima in cui, pur tenendo ferma la presunzione di innocenza, sono emerse due facce opposte: quella crudele di chi avrebbe inferto inaccettabili violenze su minori affidati allo Stato; e poi la faccia più autentica della Polizia Penitenziaria, che è stata decisiva nelle indagini, sotto la direzione della magistratura.

Secondo gli inquirenti, quel «metodo di violenze» si sarebbe fondato anche sul «contributo concorsuale omissivo e doloso» di «figure apicali», fra cui l’ex comandante della Polizia Penitenziaria Francesco Ferone. E quello del Beccaria non è nemmeno il primo caso. Ha adottato contromisure?

Al Beccaria pare che la situazione si fosse sedimentata in anni di indifferenza e di disagio. Noi abbiamo sostituito i soggetti inquisiti. Altre 22 unità arriveranno presto, insieme ad altri rinforzi.

Nell’anniversario della Festa della Liberazione, ha ricevuto fischi nella sua Treviso.

Sono stati fischi di un gruppetto isolato, evidentemente prevenuto. La prima volta, quando ho detto che è retorico domandarmi se sono antifascista, perché avendo giurato sulla Costituzione, è ovvio che lo sono. Più significativa la seconda volta, quando ho detto che generalmente i conflitti non vengono scatenati da democrazie liberali, ma da regimi autoritari, ricordando che la Seconda guerra mondiale scoppiò dopo il famigerato patto Ribbentrop-Molotov, quando Hitler e Stalin si divisero la Polonia. Il nome del dittatore comunista li ha eccitati. Ho considerato quei fischi un incoraggiante complimento.

Passiamo al complesso capitolo delle riforme. Lei aveva annunciato entro aprile-maggio l’approdo in Parlamento del testo sulla separazione delle carriere in magistratura. Lo avete ultimato?

La separazione delle carriere è nel nostro programma, quindi è un obbligo assunto nei confronti degli elettori. Il disegno di legge costituzionale sarà presentato a breve, ma non deve allarmare i magistrati. La separazione è consustanziale al processo accusatorio voluto da Giuliano Vassalli, eroe della Resistenza e non sospettabile di autoritarismi. Aggiungo che il Pm non sarà mai e poi mai soggetto al potere esecutivo.

Non teme che il confronto fra il governo e l’Associazione nazionale magistrati si inasprisca ulteriormente?

Con l’Anm spero che il confronto sia franco, senza pregiudizi e senza ostilità.

La preoccupa l’ipotesi rafforzata di detenzione per i giornalisti contenuta negli emendamenti al ddl cybersicurezza? E la garanzia dell’esercizio del diritto di cronaca e della libertà d’espressione?

Sono stato per 30 anni editorialista e considero i giornalisti, come i magistrati, dei colleghi. Per me la critica è sacra, anche quando è aspra e ininterrotta, come spesso accade nei miei confronti. Vi sono però limiti invalicabili: con l’intelligenza artificiale, si può devastare la vita di una persona, travisandone radicalmente l’immagine, i comportamenti e le parole.

Ci sarà una marcia indietro?

Il sottosegretario Mantovano ha già detto che ci sarà una valutazione.

Dal “blocco stradale” al divieto di “rave party” alle sanzioni contro gli scafisti come “reato universale”, sono diverse le fattispecie penali introdotte in un anno e mezzo di governo. Eppure, sul piano processuale, ad esempio nel caso dei rave si contano solo 8 indagati e nessuna condanna. Non c’è il rischio di sconfinare nel panpenalismo, affastellando di nuovi reati il codice, senza produrre sicurezza per i cittadini?

Il rischio di panpenalismo c’è, ma dipende dalle novità di alcuni comportamenti dannosi per i quali esiste un vuoto di tutela. Mettiamoci nei panni di un agricoltore che veda devastato il suo raccolto per un’invasione di entusiasti giovanotti. Si sentirebbe abbandonato dallo Stato. Sarà un caso, ma dall’introduzione di quella norma non ci son stati più rave party con le gravi conseguenza che derivavano, anche per i partecipanti.

Il G7 della Giustizia a Venezia è alle porte. Rispetto ai temi in agenda (dossier Ucraina, intelligenza artificiale, contrasto a narcotraffico e tratta) quali sono gli obiettivi comuni che auspicate di raggiungere?

La consapevolezza comune della gravità di questi problemi e un’omogeneità strategica nell’affrontarli. Si stanno profilando problemi immensi, di cui molti cittadini non hanno nemmeno conoscenza. Prendiamo la diffusione del Fentanyl, una droga che negli Stati Uniti ha provocato in un anno più morti della guerra del Vietnam. Dobbiamo esser preparati a queste nuove forme di aggressività, che possono anche ubbidire a strategie politiche.

Nell’ottobre 2022, quando lei si insediò, una delle prime sfide era l’attuazione degli obiettivi del Pnrr sui tempi di durata dei processi. Il Paese sta vincendo la partita?

Sì, su questo siamo in perfetta linea con gli adempimenti richiesti dal Pnrr. Con il ministro Fitto facciamo riunioni regolari e siamo certi di raggiungere tutti gli obiettivi.

Per concludere, ministro Nordio, oltre alle riforme annunciate, quale altro obiettivo vorrebbe raggiungere?

Oltre alle ovvie riforme per processi più rapidi, vorrei contribuire a eliminare quella “cultura dello scarto”, di cui Papa Francesco ha più volte parlato.

In quale modo?

Il nostro garantismo si fonda sull’enfatizzazione della presunzione di innocenza e sulla certezza della pena, ma quest’ultima non deve mai uccidere la speranza. Deve avere una funzione rieducativa, perché lo dice la Costituzione, ma soprattutto perché che lo impone la nostra coscienza. Al suo arrivo nel carcere della Giudecca al Padiglione della Santa Sede, il Papa vedrà un occhio sbarrato, che rappresenta l’impossibilità del recluso di vedere il mondo esterno, ma anche la nostra incapacità di veder quello dei carcerati e degli emarginati. Per questo, la visita del Santo Padre assume un carattere di incoraggiamento e buon auspicio. Se solo riuscissi a conseguire un risultato anche modesto in questa direzione, potrei dire «Nunc dimittis servum tuum, Domine», ora lascia Signore che il tuo servo vada in pace.

Suona un po’ come un commiato.

In senso solo politico, naturalmente.