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Libia. Conte insiste sul dialogo con Tripoli, dove gli sfollati ora sono 9.500

Vincenzo R. Spagnolo venerdì 12 aprile 2019

L'escalation militare in Libia è «motivo di forte preoccupazione» e la «soluzione politica» resta «l'unica davvero sostenibile». Ne è convinto, il premier italiano Giuseppe Conte e lo ribadisce in audizione alla Camera dei deputati. La sua posizione s'iscrive nel solco della mediazione che l'Italia porta avanti dal 2011 per aiutare il Paese a uscire dalla crisi politica aperta dal crollo del regime di Gheddafi. L'estrema fragilità delle istituzioni, dopo l'offensiva militare del generale Haftar, inquieta l'Italia e altre nazioni europee. Nell'esecutivo giallo-verde la componente leghista è irritata dalle mosse di Parigi, col vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini che afferma: «Se ci fossero interessi economici dietro al caos, se la Francia avesse bloccato un'iniziativa europea per portare la pace, non starò a guardare». Il riferimento è allo stop della Francia a una dichiarazione in cui l'Ue chiedeva al generale Haftar di cessare l'offensiva militare. Parigi ha interrotto la procedura, per via del riferimento ad Haftar, mentre Italia e Svezia hanno presentato alcuni emendamenti, col sostegno di Germania, Regno Unito e Olanda. Nella nuova versione, si sollecitano tutte le parti a impegnarsi nel processo di pace guidato dall'Onu. Onu che stamane ha diffuso la stima delle persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a Tripoli dall'inizio del conflitto: 9500. La mossa francese, in più, non è piaciuta al titolare dell'Interno Salvini, che – fanno filtrare dal Viminale – ha avviato contatti diplomatici con le parti in causa e coi partner internazionali per chiedere uno stop alle ostilità.

M5s: no a interventi militari. I ministri pentastellati si ritrovano nella cautela del vicepremier Luigi Di Maio, che incalza Parigi («Spieghi le sue intenzioni sulla Libia e chiarisca la sua posizione su Haftar»), ma avverte: «L'Italia è per la pace. Sulla Libia non servono prove di forza. È inutile che qualcuno faccia il duro o dica "ci penso io". Escludiamo ogni possibile intervento militare dell'Italia. Non ripeteremo gli errori del passato. Una Libia-bis non la vogliamo». La linea del dialogo trova il primo fautore nel presidente del Consiglio: «Non vi sono interessi economici o geopolitici che possano giustificare derive militari e il rischio di una guerra civile», mette le mani avanti Conte, ritenendo urgente «un cessate il fuoco e l'immediata interruzione della contrapposizione militare». I dati su morti e feriti evidenziano «un rischio di crisi umanitaria che va scongiurato rapidamente» e l'emergenza potrebbe avere conseguenze sui flussi migratori, anche se al Viminale «non si teme, al momento, un incremento delle partenze». Inoltre, il caos facilita il riaffacciarsi dello spettro del terrorismo, come mostra il recente attentato di Daesh a Fuqaha, nella Libia centrale.
Il summit a Palazzo Chigi. In questi giorni e in queste ore, assicura Conte, «sono in contatto diretto col presidente Al Serraj e il generale Khalifa Haftar». Parole che paiono avvalorare le indiscrezioni sul presunto incontro di lunedì a Palazzo Chigi tra il premier e una delegazione guidata dal figlio del generale Haftar. Incontro che - stando ad alcune indiscrezioni di stampa - si dovrebbe già svolgere oggi invece a Parigi con i vertici dell'Eliseo per avere il consenso della Francia all'assalto finale. Inoltre il premier italiano fa sapere d'aver «rafforzato» il dialogo con Usa e partner europei. Dall'opposizione, l'ex premier e presidente del Pd Paolo Gentiloni ritiene che «l'Italia non debba avallare l'offensiva di Haftar» e che si debba «ricoinvolgere gli Usa» nei negoziati.
Personale italiano in Libia. «La nostra ambasciata a Tripoli resta operativa», puntualizza Conte, e «il personale militare non è stato evacuato. I nostri interessi sul terreno sono tutelati. Monitoriamo di ora in ora le condizioni di sicurezza nel Paese, finché ce lo consentiranno, intendiamo rimanere al fianco del popolo libico». Lo conferma il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che ritiene «indispensabile evitare gli errori commessi nel passato con interventi militari che hanno peggiorato la situazione». Al momento, precisa Trenta, a Misurata c'è «una struttura ospedaliera Role 2» mentre «a Tripoli continuano le attività di nave Capri, nell'ambito dell'operazione Mare Sicuro».