Attualità

Intervista. Prodi: al voto l’Europa si gioca tutto. Basta rigore

Giovanni Grasso lunedì 12 maggio 2014
«Per i grandi partiti tradizionali, quelli appartenenti alle famiglie europee –popolare, socialista e liberale  – queste elezioni europee sono l’ultima possibilità. Si giocano tutto». Romano Prodi, ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea rimane convinto, nonostante i tanti errori commessi dalla classe dirigente europea, «che l’unione sia l’unica via per garantire l’avvenire dell’Europa». Prevede «le larghe intese tra socialisti e democristiani» dopo il voto del 25 maggio, ma avverte: «Se questi partiti non andranno avanti in maniera decisa sulla strada dell’integrazione verrà la fine anche per loro. Perché l’elettorato deluso si rivolgerà altrove»Professor Prodi, queste elezioni sono accompagnate da un clima generale di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea, che si tradurrà nelle urne in una forte astensione o nel voto massiccio a partiti populisti. Quali sono le responsabilità della classe politica europea di fronte a questo fenomeno?Lo scontento è chiaramente figlio della crisi economica e della mancata reazione europea alla crisi. Questo è il punto. L’Europa ha sbagliato tanto, perché non ha fatto l’Europa. Quando è nato l’euro e quando si è fatto l’allargamento era convinzione di tutti che bisognasse andare avanti. Si sapeva benissimo che l’euro doveva essere accompagnato da misure di solidarietà e da innovazioni di carattere politico, che avrebbero permesso alla moneta unica di corazzarsi e di navigare anche in mari più difficili. Poi è arrivata al potere una classe dirigente europea che non ha avuto il coraggio o, forse, la possibilità di andare avanti. E allora ci siamo fermati in mezzo al guado. Quando accade ciò, basta una corrente un po’ più forte per essere travolti. La corrente è arrivata: ma non dimentichiamo che l’euro nei primi anni è andato bene ed erano tutti, o quasi tutti, contenti. Quando è arrivata la crisi, le difese non erano state preparate ed è mancata unità nell’azione del governo europeo. La Commissione è stata declassata ad organismo tecnico-burocratico e, al tempo stesso, i membri del Consiglio, gli Stati, erano in disaccordo tra di loro. Il combinato disposto della perdita dei poteri della Commissione e il disaccordo tra i Paesi europei ha provocato un vuoto decisionale grave.E cosa invece avrebbe dovuto fare l’Unione europea per far fronte alla crisi?La crisi in cui siamo è stata generata dagli Stati Uniti. Ma loro ne sono usciti da tempo, perché sono ricorsi ai rimedi normali e logici che si assumono nei periodi di crisi: hanno iniettato strumenti di acquisto nell’economia, l’hanno rilanciata, hanno incoraggiato e aiutato i settori in difficoltà, hanno fatto una normale politica, diremmo keynesiana, di sostegno ai consumi e agli investimenti. Nell’Europa travolta dalla paura del populismo, i governanti europei invece sono andati in ordine sparso, con la Germania capofila della politica di freno e di rigore. Non c’è stata troppa Europa, ma troppo poca. Per questo siamo ancora in questa situazione e per uscirne dobbiamo prendere contromisure energiche che ancora mancano.È una critica alla politica del rigore e anche a quella della Germania? Le regole europee sono state troppo rigide?La politica del rigore è stata impostata in modo sbagliato. Innanzitutto abbiamo messo regole e i primi a violarle sono stati i francesi e i tedeschi  sotto la presidenza italiana, nell’ultimo periodo della mia Commissione. Se le regole ci sono vanno rispettate e in questo contesto la Germania avrebbe avuto e ha ancora il dovere di rilanciare l’economia. Perché se continua a calare il prodotto interno lordo, il rapporto tra debito e Pil può solo peggiorare.Non servono politiche per sostenere l’occupazione, che sembra essere il grande dramma dell’Europa?Solo con la crescita si possono risolvere i problemi. Il lavoro, l’occupazione sono frutto della crescita e dell’attività delle imprese. In Germania si è riluttanti perché ogni spinta all’economia verrebbe politicamente interpretata come un aiuto a quei fannulloni meridionali che poi saremmo noi. E questo non è tollerato dall’opinione pubblica tedesca. Non è un caso che la Germania sia l’unico Paese in cui non c’è pericolo di un partito populista, perché la difesa dell’interesse tedesco è già stata fatta dalla Cancelliera.Davanti alla stasi dell’Unione Europea c’è chi dice: torniamo indietro. Lei cosa obbietta?Il rimedio non è tornate indietro, ma andare avanti. Non è possibile tornare indietro nella globalizzazione che non dipende dall’Europa ma dal mondo e dalle nuove tecnologie. Non è possibile tornare indietro da tutto quello che è successo. La globalizzazione va avanti e nella globalizzazione o si è insieme o si scompare. Porto sempre l’esempio dell’Italia nel Rinascimento. I singoli Stati italiani erano leader in ogni campo: dalla finanza alle arti. Poi è venuta la prima globalizzazione – la scoperta dell’America – e  l’Italia che non aveva le dimensioni per competere per secoli è scomparsa dalla carta geografica. Oggi i Paesi europei sono nelle stesse condizioni. Non so se i  tedeschi la pensino così. Ogni tanto sembra che pensino di poter competere nel  mondo da soli o insieme a un piccolo nucleo di Paesi vicini. Io invece sono convinto che di fronte alla Cina, agli Stati Uniti, al Brasile e all’India il futuro non possa essere un futuro solitario, in ordine sparso.Professore, facciamo un film di fantapolitica. Cosa succederebbe all’Italia se uscisse dall’euro?Inflazione alle stelle, fuga dalle banche con ritiro dei risparmi, crack bancario, altissimi tassi di interesse, il nostro debito pubblico che fa default, perché con questi nostri interessi non si riuscirebbe a pagare i debiti che vanno pagati in euro. Il risultato immediato è uno shock, una tragedia. E nel medio e lungo periodo la perdita della gara con gli altri.Ma qualcuno sostiene che forse l’Italia nell’euro non doveva proprio entrare…Ho sostenuto la necessità di entrare nell’euro perché da anni l’Italia si avvitava in una spirale perversa di deficit, inflazione, caduta qualitativa della nostra produzione. Ogni volta che diminuiva la nostra capacità concorrenziale si svalutava la moneta e non migliorava la nostra qualità. In pochi decenni abbiamo svalutato la lira del 600% rispetto al marco. Non si poteva andare avanti in queste condizioni. Nei primi anni nessuno si è lamentato della moneta unica. E il nostro Paese non ha dovuto affrontare unicamente la crisi, ma un processo di ristrutturazione produttiva molto forte. Non potevamo certo continuare a essere produttori di scarpe a basso costo o di abbigliamento standard.Servono norme comuni sul mercato del lavoro? C’è chi sostiene che i lavoratori comunitari di altri Paesi di recente adesione rubino il posto di lavoro agli italiani per via del basso costo della manodopera...Servono regole di natura fiscale per impedire la concorrenza sleale, ma è impensabile ritenere che i Paesi europei possano essere tutti uguali. Noi italiani, a volte, siamo ben strani: non è affatto vero che il costo delle nostra manodopera sia così elevato. È molto più basso di quello tedesco, un po’ inferiore a quello francese, di poco superiore a quello spagnolo. Non è qui il problema italiano.È dov’è, allora?Il problema è che di fronte al non funzionamento dello Stato e delle sue strutture, alla lentezza della burocrazia e della giustizia, gli investitori si sentono insicuri. La vita delle imprese in Italia è complicata e difficile. La ricetta non può essere la stessa per tutti. E’ necessario riformare la burocrazia e mettere in ordine le strutture amministrative: è un lavoro che possiamo e dobbiamo fare solo noi. In questo l’Europa non ci può aiutare.Davanti all’avanzata dei partiti populisti, quale sarà la strada per le grandi famiglie politiche europee?Intanto i cosiddetti populismi non sono tutti uguali. Non si possono mettere in questo mucchio, per esempio, i catalani che non sono antieuro o gli scozzesi che vogliono staccarsi dall’Inghilterra ma entrare nell’euro. Ammettiamo che le forze antieuropee arrivino al 30 per cento. Se questo fosse il risultato, l’unica alternativa di governo sarebbe l’accordo delle due grandi famiglie, Ppe e Pse ed eventualmente con l’Alde. Le grandi intese potrebbero avere un effetto positivo. I partiti tradizionali si devono convincere che non si può più navigare a vista, ma è necessario fare un passo in avanti, oppure sono finiti. La sfida per i grandi partiti è mortale: se non rafforzano l’Europa queste saranno le ultime elezioni in cui potranno avere la maggioranza. Il prossimo sarà un Parlamento molto aggressivo e se i partiti tradizionali non dimostrano all’opinione pubblica di essere in grado di risolvere i problemi, la gente si rivolgerà a qualcun altro.  Cosa direbbe ai giovani che per la prima volta si affacciano al voto europeo?Il fatto più rilevante dell’integrazione europea è la conquista della pace, anche se i ragazzi di oggi lo ritengono un fatto scontato. È la prima volta nella storia europea che tre generazioni non conoscono i lutti e le catastrofi della guerra. È una cosa grandiosa, soprattutto dopo i due conflitti mondiali del secolo scorso e le grandi tragedie che hanno comportato. Non più tardi di dieci anni fa Kohl mi diceva: «Ho voluto l’euro perché voglio una Germania europea e non un’Europa germanica, ma ancor di più perché non posso dimenticare i miei familiari morti in guerra». Ai giovani direi ancora: se volete avere un futuro dovete stare agganciati all’avanguardia del mondo. Questo esige un’Europa unita. Un’Europa sciaguratamente divisa ci ricaccerebbe indietro. Quando giro per il mondo, tutti mi chiedono: come mai voi europei che siete ancora la prima potenza industriale e il primo esportatore mondiale, non contate nulla nelle decisioni più importanti, dal Medio Oriente all’Ucraina? Per questo dico che l’avvenire è legato all’Europa unita.La questione degli sbarchi di profughi sulle nostre coste dimostra che spesso l’Europa è lontana dai problemi dei cittadini.In un’Europa della solidarietà, quale noi vogliamo, un problema del Nord o del Sud deve diventare un problema di tutta l’Europa. La gente non emigra per sfizio, ma per disperazione. Non per nulla la nuova ondata di immigrati arriva da Paesi come la Siria, dove c’è la guerra civile, o dal Sahel, dove non c’è da mangiare. Lì ci vuole davvero politica europea: accordi con i paesi africani per aiutare un’ immigrazione guidata, selettiva, ordinata e per fare una vera lotta ai trafficanti di uomini. Vorrei però anche dire che se fossimo fuori dall’Europa i profughi a Lampedusa arriverebbero lo stesso. Sulla crisi ucraina cosa ci dice?La Russia è più debole di Usa ed Europa messe assieme, ma mentre gli altri discutono, Putin prende l’iniziativa in Ucraina…