Attualità

La Giornata. Donne, la zona rossa infinita della violenza: «Serve parità»

Viviana Daloiso martedì 24 novembre 2020

A Milano un particolare del progetto artistico sul cavalcavia Buccari contro la violenza sulle donne

Umiliate, calpestate, picchiate, abusate, uccise. Era già un'emergenza pubblica prima dell'arrivo del Covid, la violenza sulle donne. Che tra le mura di casa, nelle pieghe di rapporti sulla carta sicuri e protetti, ha sempre riconosciuto il più spietato dei suoi motori. Il lockdown (o meglio sarebbe dire i lockdown, perché da un mese in mezza Italia siamo ripiombati nello stesso incubo) ha dato il suo colpo di grazia: chiuse, schiacciate nella quotidianità da uomini già prima possessivi e violenti, le donne hanno pagato un conto salatissimo alla pandemia. Schiave e prigioniere, spesso coi propri figli testimoni e a loro volta vittime, impossibilitate a denunciare per la presenza costante dei propri aguzzini. È una fotografia drammatica quella scattata in occasione di questo 25 novembre, data in cui si celebra la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne.

Femminicidi, maltrattamenti, abusi: un bollettino di guerra

Ci sono i numeri, come al solito, prima di tutto. Quelli spietati che trasformano in statistiche più che mai fredde, e impersonali, i calvari segnati nella carne di migliaia di vittime. E i numeri confermano gli allarmi lanciati a più riprese dalle associazioni impegnate sul campo negli ultimi mesi: a cominciare dai femminicidi, che in netta controtendenza rispetto a tutti gli altri reati contro la persona (diminuiti quando non addirittura crollati dalla scorsa primavera), sono aumentati. Nel 2019 le vittime donne costituivano il 32% degli omicidi totali, nel 2020 la percentuale è salita al 48%; mentre negli omicidi commessi in ambito familiare le vittime donne sono passate dal 57% del 2019 al 75% - il dato è incredibile - del 2020. Dall'inizio dell'anno sono state 91 le donne uccise in Italia, una ogni 3 giorni, col l'incidenza del contesto familiare che ha raggiunto il record dell'89%: in 4 casi su 5, per essere precisi, il killer è stato un convivente e tra marzo e giugno, al culmine delle misure restrittive della prima ondata, ben 21 delle 26 vittime di femminicidio in famiglia convivevano con il proprio assassino. La convivenza forzata come una trappola, il lockdown come propagatore di violenza.

Fin qui la punta dell'iceberg. Ma è ciò che viene prima, di essere uccise, che è ancora più drammatico. Le 7 donne su 10 che subiscono violenza, o l'hanno subita almeno una volta. Quelle molestate sessualmente, sempre più spesso anche tramite i social network e il web, col reato del Revenge porn (cioè della messa in circolazione di immagini o filmati a sfondo sessuale con l'unico scopo di calpestare la dignità delle donne che ne sono protagoniste) che ha impazzato nel corso degli ultimi mesi: oltre mille le inchieste avviate. I reati di stalking e maltrattamento, che si registrano una volta ogni 15 minuti. E poi le tante, troppe vittime che non trovano il coraggio di denunciare: un altro effetto del lockdown, visto che nel corso degli ultimi mesi proprio le denunce sono crollate a livello nazionale del 50% (con punte del 70% in alcune Regioni), nonostante l'entrata in vigore del Codice Rosso abbia snellito la burocrazia e favorito un numero decisamente maggiore di indagini e condanne (3.932 le prime, 80 le seconde in base ai dati diffusi dal ministro della Giustizia Bonafede).

Il tempo di cambiare. Mattarella: «Serve parità»

Una panchina rossa nel cortile di Montecitorio, la facciata del palazzo illuminata di arancione. Così il Parlamento si prepara a celebrare la Giornata, e così faranno tutti i palazzi istituzionali italiani. Eppure, lo sostiene il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, «molto resta ancora da fare, la parità non è pienamente conseguita». Di più, «la violenza sulla donne non smette di essere emergenza pubblica e per questo la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere. Sminuire il valore di una donna e non riconoscerne i meriti nella vita pubblica e privata con linguaggi non appropriati e atti di deliberata discriminazione» contribuisce al alimentare il clima di violenza. «Il bilancio dei femminicidi ci restituisce una fotografia di una agghiacciante e inaccettabile mattanza di genere» gli fa eco la presidente del Senato Casellati, secondo cui la violenza va fermata «con la prevenzione, la formazione, il contrasto senza concedere sconti a nessun atteggiamento di sopraffazione. Le leggi non bastano se le menti non cambiano».

Cinzia Leone, Valeria Valente e Maria Rizzotti, componenti della Commissione femminicidio, e sullo schermo, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, durante l'incontro dal titolo ''Dalla parte delle donne. Il ruolo fondamentale dei Centri antiviolenza'' organizzato in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, che si celebra il 25 novembre - Ansa

Quest'anno al centro della Giornata il tema della violenza economica, che mette sotto la lente la condizione degradante delle donne anche nel mondo del lavoro. In Italia una donna su due non lavora, alla nascita del primo figlio il 30% delle madri abbandona (o viene costretta a farlo) la sua occupazione, il 60% delle “ex” si trova in povertà dopo una separazione. Emergenza nell'emergenza su cui è intervenuta la ministra della Famiglia Paola Bonetti, annunciando lo stanziamento di un milione di euro attraverso il micorcredito alle donne che cercano di ricostruirsi una vita quando escono dai Centri antiviolenza. Un baluardo concreto, questi ultimi, nella lotta alla violenza, eppure ancora dimenticati e sottofinanziati: secondo un monitoraggio di Action Aid sulle risorse e l'attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020, solo il 10% dei fondi è arrivato davvero nelle mani di chi ogni giorno si fa carico delle vittime. Troppo pochi, spesso, persino per proseguire con questa attività: col risultato che i centri sono costretti a chiudere, e le donne sono sempre più sole.