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TEATRO. Milano: la conferenza stampa del «Volto» rivela la tolleranza dei «paladini della libertà»

Angela Calvini giovedì 19 gennaio 2012
Un dramma teatrale che provoca uno psicodramma collettivo che, infine, scivola nella commedia. Tutto questo si è visto ieri mattina al Teatro Franco Parenti di Milano, alla conferenza stampa di presentazione di Sul concetto di volto nel Figlio di Dio, pièce ideata e diretta da Romeo Castellucci. Un testo che ha diviso, provocando proteste e manifestazioni in Francia da parte di alcune associazioni cristiane e che ha provocato un can can mediatico che inevitabilmente ha fatto salire negli ultimi giorni la tensione anche a Milano. Soprattutto dopo la denuncia della direttrice del teatro Andrée Ruth Shammah di aver ricevuto e-mail di minaccia e antisemite e l’appello tramite il «Corriere della sera» alle autorità civili e religiose della città. Appello cui prontamente il cardinale Scola aveva risposto chiedendo al teatro che «sia riconosciuta e rispettata la sensibilità dei credenti», ma anche invitando i contestatori ad evitare «eccessi di qualunque tipo». Ed ecco, quindi, chi più, chi meno, correre ai ripari. La Questura ha predisposto un servizio di sicurezza in vista delle rappresentazioni milanesi (24-28 gennaio) mentre davanti a una sala gremita di giornalisti e, per la verità, di non molti rappresentanti del mondo culturale e teatrale milanese, l’assessore alla cultura del Comune Stefano Boeri ha espresso la solidarietà della città di Milano al Franco Parenti contro ogni «razzismo». D’accordo, ma i contenuti dello spettacolo? Cosa può avere offeso la sensibilità cristiana? Castellucci, teso, replica col tono di chi sta sul banco degli imputati. Sottolinea come la pièce abbia girato il mondo «provocando un confronto straordinario anche con i cattolici, con teologi, preti e vescovi», mentre accusa Internet di avere propagato false «mostruosità», scambiando un «simbolico» lancio di granate giocattolo contro il volto del Cristo di Antonello da Messina con delle feci, «una cosa oscena che non mi appartiene». L’arringa continua rivendicando le «profonde radici bibliche del testo che, ispirato al Libro di Giobbe, ai Salmi 22 e 23, mette in scena, attraverso la decadenza fisica e umana di un vecchio padre accudito dal figlio, il mistero della fine e il rapporto tra la fede e il dubbio». Per il regista, quindi «un’occasione per rimettere al centro del dibattito la figura del Cristo. Occasione mancata a Milano per l’atteggiamento pilatesco del cardinale Scola che non è scusabile». Scivolone pesante e inopportuno, come coglie al volo la Shammah che, impugnando il microfono, invita i giornalisti a scusare «l’ingenuità» del regista e a «non soffiare sul fuoco. Si è persa un’occasione, certo, ma almeno Scola mi ha risposto ed è stato l’unico». Apriti cielo, in sala si scatena la bagarre. Attacca il giornalista di «Repubblica» seguito a ruota da «La Stampa», che gridano e si sbracciano, manco fossero loro i registi, contro Scola: guai a toccare la liberta d’espressione, «questo spettacolo mica si fa in Chiesa». Nel dibattito poi s’infilano l’«Unità» e il nipote di Giovanni Testori, Giuseppe Frangi, che difende il cardinale. «Io ho rispetto per i credenti e la risposta della Curia l’ho accettata» insiste la Shammah che non riesce a placare la stampa. Resta una domanda: a chi serve davvero creare il caso?