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Televisione. “Buongiorno, mamma!”, scommessa sulla vita vinta anche in tv

Massimo Iondini giovedì 27 maggio 2021

L’attrice Maria Chiara Giannetta, nel ruolo di Anna, in una scena della serie tv “Buongiorno, mamma!” in onda su Canale 5

«Dieci anni nella salute e nella gioia, circa trenta nella malattia e nella sofferenza trasformata in intima unione. Lei al centro della casa, silenziosa ma insegnante feconda per i figli che le stanno intorno. Se dovessi scegliere tra quello che ho vissuto e altro senza dubbio rifarei ciò che ho fatto». È un passaggio della lettera che Nazzareno Moroni ha scritto a Matilde e Luca Bernabei, presidente e amministratore delegato della Lux Vide. La serie tv Buongiorno, mamma!, da loro prodotta e di cui stasera Canale 5 manderà in onda la sesta e ultima puntata (con Raoul Bova nel ruolo del capofamiglia, Guido Borghi, e Maria Chiara Giannetta in quello della moglie finita in coma, Anna), si ispira infatti alla sua reale vicenda familiare. Un’esperienza concreta, vissuta e diventata poi sceneggiatura per farsi testimonianza.

È il 23 gennaio del 1988 quando la vita della famiglia di Nazzareno Moroni vira improvvisamente. In quella casa lui e la moglie Angela vivono con Clara di 9 anni, Benedetta 7, Stefania 5, Noemi 3 e mezzo ed Elisabetta 15 mesi. «Fino a quel giorno Angela non aveva avuto neanche un raffreddore – scrive Nazzareno –, come si suol dire era sana come un pesce. Le gravidanze vissute con serenità, sempre controllata». Poi l’evento che interviene nella loro storia e cambia le dinamiche. «Il primario del Pronto Soccorso mi rassicura: “Sua moglie ha avuto un arresto cardiaco, vedrà che in un paio di giorni si riprenderà”. Ma gli arresti si ripetono uno dietro l’altro – scrive ancora Nazzareno –... Il mese successivo lo passerò davanti alla porta della terapia intensiva con la speranza di avere una buona notizia, notizia che non arriverà mai. “Sua moglie non può stare più in rianimazione, trovi una sistemazione, noi non possiamo fare più nulla”. Altro scossone. Non è facile organizzare il trasferimento, ma ce la facciamo».

La casa da quel momento accoglierà nel suo cuore abitativo una madre in coma. Ciò che racconta Buongiorno, mamma!, un titolo che è quotidianità. Perché i giorni che si susseguono sono quelli di 29 anni e di sette persone. Cinque figli crescono edificando la vita in nuove vite. «A casa comincia una nuova scommessa, ma penso di averla vinta. È durata circa trent’anni» scrive il signor Nazzareno. Scommessa vinta anche televisivamente.

«Abbiamo cercato non solo di fare un prodotto di qualità – dice Luca Bernabei –, ma anche di proporre messaggi e contenuti, di cui questa serie è ricca. Ispirata com’è a una vicenda vera, è una potente testimonianza di amore e di fede nella vita. Oltre che essere la serie più vista di Mediaset degli ultimi tre anni: questo significa che si può conciliare il successo di ascolti con la buona tv. Questa serie ci ha arricchiti e ha arricchito lo spettatore perché, checché se ne dica, la televisione è pedagogica e può essere o una buona maestra o una cattiva maestra. Bisogna solo avere il coraggio di diffondere idee e valori: in questo caso, che la vita va sempre rispettata e difesa. Questa fiction lancia un messaggio importante sul fine vita, ma anche sulla centralità della famiglia. Mentre invece normalmente certa fiction sfrutta un’immagine distorta della famiglia come contenitore di nefandezze, perché drammaturgicamente raccontare il male è più comodo e facile che raccontare il bene».

C’è una frase nella prima puntata che colpisce per la sua potente eloquenza: si può essere motore anche stando fermi. Una evidenza testimoniata, ancor prima che dalla serie in onda su Canale 5, propria dalla realtà a cui si ispira il racconto televisivo. «Io, combattuto e attaccato da più parti, ho deciso di non provare mai a fare “il pamammo”, ma di tentare solo di essere papà – scrive ancora Nazzareno Moroni in una passaggio della lettera in cui narra la sua vicenda –. Non sempre ci sono riuscito, ma il principio funziona e i risultati si vedono. Credo che quello che tutti abbiamo ricevuto da questa esperienza sia molto speciale e nessuno di noi si è messo in competizione con la vita. Ho vinto la scommessa. Non ho più paura. La vita si è moltiplicata. Tre figlie ci hanno dato dieci nipoti, una non può averne ed ha intrapreso la via dell’adozione di bambini con problemi».

Sacralità di un valore assoluto, la vita, da cui discendono a cascata quelli dell’integrità della famiglia naturale, del senso di responsabilità e della difesa della vita fin dal suo concepimento. «Un messaggio – dice Bernabei – anche sulla vita che continua, come nella scelta della figlia Sole che, sedicenne, rimane incinta e, sentendo il cuore della mamma Anna battere, sceglie di tenere la creatura che ha in grembo». Una decisione consapevole presa nonostante i tanti inviti e consigli di abortire, vista la sua giovane età.

«Il suo pensiero è semplicissimo – spiega la sceneggiatrice Elena Bucaccio – : se il cuore di mia mamma che non comunica come noi batte, allora anche il bambino che ho in grembo e non comunica è vivo, visto che il suo cuore batte. Questa madre continua a essere presente pur essendo in coma e continua a fare la mamma e a consigliare i suoi figli non con le azioni, ma con la sua presenza». In un mondo che mette ossessivamente al centro il fare e il produrre come prove quantitative dell’essere, qui si testimonia ancor più che c’è un altro senso della presenza e dell’essenza della persona.

«Rifacendoci alla vera vicenda, abbiamo voluto raccontare anche il percorso di gioia di questa famiglia – sottolinea Bucaccio –. Una vita familiare fatta anche di feste, compleanni, matrimoni, comunioni in cui questa madre è rimasta presente nella sua essenza, in una differente pienezza. I figli l’hanno vissuta come elemento di vita e non di morte. Alla fine il signor Nazzareno ci ha detto che, al di là della trasposizione televisiva, questa è nella sostanza la storia della sua fede nella vita. Come, per esempio, nella prima puntata quando c’è la madre di Anna che preme perché le si stacchi la spina. Lì sono tutti a porsi di fronte a una fondamentale scelta. Ed ecco allora uscire il senso e il valore della famiglia che con la sua unità supera il dramma del rischio di una solitudine del padre».

Ma è ancora la lettera di Nazzareno Moroni a esprimere l’eloquenza della sua drammatica e coraggiosa vicenda diventata inno alla vita. «Non è una battaglia politica, la mia. È soltanto una testimonianza, senza pretendere che altri agiscano come me. Se qualcuno si sente giudicato dalla mia vita, non me ne voglia. Non è questo il mio intento. Ho scommesso sulla vita, ho vinto la vita».