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Cinema. Sceneggiatura, la storia si fa film

Emanuela Genovese mercoledì 14 ottobre 2015
Cinema, il lungo viaggio delle storie e delle scelte morali. Con Do a story Bobette Buster, editor di successo a Hollywood, firma un nuovo manuale per tutti i narratori di storie, pubblicato in Italia per Lindau (pp. 122, euro 14,50) con il titolo Adesso racconta. Come narrare una storia perché il mondo la ascolti. Consulente di sviluppo e produzione per le major come Columbia, Hbo e docente di sceneggiatura alla University of Southern California (Pixar Animation Studios, Disney, Sony e Twentieth Century Fox tra i suoi più importanti clienti), Bobette Buster conosce in profondità l’universo hollywoodiano e quello europeo, nel quale opera da oltre dieci anni, collaborando con La Fémis in Francia e con l’Università Cattolica di Milano per il master di Scrittura e produzione per la fiction e il cinema. Lei, che ha creato il primo corso di arte della narrazione in California, ha trasformato la sua consolidata esperienza in un manuale semplice ed efficace per narratori di storie. Lavora in Spagna, Francia, Danimarca, Italia.Dal suo punto di vista quale è l’aspetto più originale della narrazione europea rispetto al mondo americano?«C’è qualcosa di unico in Europa nel modo di raccontare le storie, ma ciò che unisce tutti gli sceneggiatori e autori è il desiderio di condividere la propria vita e le proprie esperienze. Non tutti conoscono necessariamente l’arte del racconto e soprattutto non tutti riconoscono, forse per mancanza di fiducia o stima, che le loro vicende personali sono quelle che il mondo vuole ascoltare. La narrazione, in qualsiasi forma e in qualsiasi tipologia di mezzo, ha un ruolo importante nella vita di tutte le persone perché aiuta a riconoscere il proprio posto nel mondo». Quali sono le tipologie di sceneggiature sulle quali punta l’industria hollywoodiana?«A Hollywood circolano tante sceneggiature ma solo poche sono ben scritte, con personaggi delineati nella loro complessità, che si trovano di fronte a situazioni difficili, dove il bene e il male non sono così facilmente definibili. Un esempio perfetto è Il Padrino. Il protagonista Michael Corleone (Al Pacino) è uno di quegli uomini che ha inseguito il sogno americano e ha sposato la donna che amava. Nel primo atto del film Michael, confidando alla moglie le vere attività familiari, le dice: “Questa è la mia famiglia, ma non sono io”. Nel secondo atto Michael deve fare una scelta terribile: abbandonare la sua famiglia o salvare suo padre, uccidendo due uomini e, soprattutto, uccidendo il suo sogno. Quella di Michael è una scelta morale da compiere. Il peso di questa scelta è il valore aggiunto di una sceneggiatura di successo».Qual è la miglior sceneggiatura che ha mai letto?«La migliore che mi è capitata tra le mani è Amadeus di Miloš Forman, scritta da Peter Shagger, anche autore dell’omonima opera teatrale. Costruita su cinque atti la sceneggiatura ha un concept di base brillante. Come puoi sfidare Dio se devi affrontare la tua mediocrità? Gli studios non volevano finanziare Amadeus perché dicevano che non ci sarebbe stato pubblico per i film sugli autori di musica classica. Poi Amadeus vinse otto Oscar. Ho avuto la fortuna di lavorare con grandi autori, come Quentin Tarantino: i suoi dialoghi, la sua energia e il ritmo delle sue sceneggiature erano uniche e il film “decollava” fin dalla prima pagina. Ho lavorato con Larry Gelbart, il creatore delle serie televisiva M*A*S*H e del film Tootsie: per me lui è l’ultimo dei grandi commediografi capaci di portare la commedia in un livello diverso da quello della facile scrittura. Ammiro anche gli scrittori di Mad Men e Breaking Bad: queste serie dimostrando come una storia è sempre creata dalle scelte dei personaggi e dall’invenzione di un dove lo spettatore comprende i protagonisti, spera e desidera il loro bene, soffre quando la storia diventa tragica». Ci sono storie che fanno sognare e storie che sembrano renderci persone peggiori. Come si racconta il male?«Un esempio perfetto è Cormac McCarthy, un grande scrittore che parla di umanità e usa la tradizione americana per rivelare il lato oscuro dell’uomo, come avviene con La strada o Non è un paese per vecchi. Ma allo stesso tempo l’intenzione di McCarthy è condurre l’uomo in questo cammino dentro se stesso per scoprire come il male possa essere redento. Per esempio anche se il finale di Non è un paese per vecchiè enigmatico la cosa più straordinaria è la sua capacità di creare nello spettatore il desiderio del bene. Gli spettatori del film escono dalla sala con una grande energia dentro e una voglia vera di giustizia. Una buona storia ha il dono di arrivare a tante persone e può creare in loro il desiderio di essere persone migliori. Con il suo climax il racconto ha la capacità di allargare l’orizzonte all’uomo che, da solo, non avrebbe mai potuto raggiungere».Recentemente Hollywood sembra puntare sui film di facile successo, come quelli tratti dai fumetti di supereroi. C’è ancora spazio per film indipendenti e non legati da logiche industriali?«Hollywood è un’industria composta soprattutto da grandi produttori, ma per continuare a esistere deve essere capace di realizzare il prodotto che funziona al box office. Non tutti i film sono belli o esemplari e Hollywood è come un supermarket. Quando devi scegliere la spesa puoi selezionare il cibo fresco o i prodotti surgelati. L’industria, per sopravvivere, ha bisogno di vincere al box office per poter anche investire in opere indipendenti come Birdman, The Social Network, Non è un paese per vecchi. Negli ultimi anni la proliferazione di blockbuster ha trasformato la produzione hollywoodiana. Le energie “produttive” hanno puntato alla spettacolarizzazione a tal punto che le storie sembrano essere state scritte per il mercato asiatico più che per quello americano. Se penso a un coraggioso film hollywoodiano, meno legato a logiche industriali, penso ad Argo di Ben Affleck, un’opera capace di raccontare un triste episodio della storia americana come quello dell’11 settembre, rivelando, senza didascalismo, come si possa fare la cosa giusta nel mezzo di una situazione difficile. Il cinema rivela forza e debolezza, induce alla riflessione anche attraverso il divertimento. Un altro grande esempio di un film di successo è Inside Out, l’ultimo lavoro della Pixar che mette in luce come le nostre emozioni possono governare la visione del mondo. È un film sulla famiglia che rivela profonde verità, capace di parlare anche al mondo degli adulti. A New York ci sono state sale che proiettavano Inside Out frequentate solo dal pubblico adulto.