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Architettura. San Francisco, il declino "tech"

FRANCO LA CECLA martedì 11 agosto 2015
 Forse non c’è città più simbolica della trasformazione dell’architettura di quanto non sia San Francisco. Il motivo è semplice, si può essere più o meno attratti dal suo aspetto, dalle ginger-bread houses,  dalle case vittoriane e dalle “italianate”, ma questa è una città che è stata concepita con una visione d’insieme. La stessa conformazione fatta di colline e aspre salite e discese è frutto di un pensiero. È una città pre-surrealista che ha giocato con il sito in un modo prestigioso, avendo inventato una formula di casa individuale che ben si adattava all’idea di un tappeto steso sul paesaggio senza alterarlo. C’è una chiave ironica – o forse è la visione che ne abbiamo noi adesso – comunque una chiave giocosa in tutto questo e San Francisco è stata la prova che la ricchezza che qui è corsa come in pochi altri posti della terra poteva anche essere un regalo, “a gift to the street”. I ricchi, qualunque fosse la provenienza della loro fortuna, dal gioco d’azzardo alla corsa all’oro, dalla speculazione bieca alle prime banche, sapevano che bisognava tradurre la loro ricchezza in qualcosa di visibile. Ne è nato uno stile tutto particolare, un fare da controcanto all’Europa lontana, un trasformarne l’architettura – che era neogotica, neovittoriana e quindi abituata ai cieli grigi – in uno squillante alternarsi di colori. Chi è venuto qui è stato stupito dalla luce anzitutto, dalla qualità che la luce ha di riflettere Oceano e il verde e il bruno delle colline. Poteva essere divertente tradurre le case di Berlino o di Amsterdam in una versione in cui il riflesso fosse importante su tutte le superfici. Levi-Strauss in Tristi Tropici dice che l’America ha questo aspetto costante di “fiera”, di baracconi da circo e da fiera. Ha solo in parte ragione, da buon francese è un po’ spocchioso e coglie la parte che considera naïf. Invece San Francisco è la dimostrazione che i pionieri sapevano bene dialogare con le proprie origini, sapevano investire in un sistema di simboli di cui erano padroni. Le grandi case di San Francisco assomigliano alle grandi case di Barcellona, quelle costruite da coloro che venivano definiti “indiani” avendo fatto fortuna nelle Americhe. C’è in entrambi i posti l’idea che la “casa” sia una matrice sociale primaria, che essa corrisponda davvero al nucleo generatore di società, prima ancora della famiglia o del club o della fabbrica. È la maison, la mansion che produce la strada, il viale, il parco, le vedute. È a partire da essa che la struttura della città viene definita, come un luogo dove le “gelosie” delle singole fortune si affacciano su un territorio comune. Tutto questo è importante perché oggi non se ne scorge più nemmeno l’ombra. La nuova ricchezza di San Francisco, trasformata nel dormitorio dei “dot.com” e degli hipster di Mountain View non ha nessuna visione analoga. Eppure è oggetto di una corsa a chi si accaparra la sua bellezza passata. San Francisco è uno straordinario centro storico e le nuove tech se ne vogliono impossessare come fanno i nuovi ricchi con le opere d’arte di cui non capiscono il senso ma di cui hanno sentito parlare come investimento. Il problema è che siamo ancora dietro ad una logica di rapina. Qui non c’è nessun “gift to the street”. Per quanto i padroni di Google o Apple o Facebook, o Oracle si sforzino di dimostrare di essere “eco.consapevoli” e di regalare parchi e garden cities alla Bay Area e dintorni, però è la scarsa visibilità di queste intenzioni in città che meraviglia. A passeggiare per la San Francisco di oggi, a parte i prezzi vertiginosi di caffè arroganti e di ristoranti pretenziosi, non c’è un solo luogo che racconti la rivoluzione che l’informatica e l’interattività ha creato qui. Fedele alla “invisibilità” di ciò che viene oggi prodotto e venduto nel mondo del virtuale, non c’è una architettura toccabile, visibile, né c’è una idea di spazio urbano. Se il risultato dell’incremento del GNP da parte di Google è il “ritorno alla natura”, ebbene questo vale solo per i suoi impiegati che girano in bici tra i padiglioni di Mountain View e perfino nel progetti per il futuro c’è ben poco “effetto città”. Come se la rivoluzione ecologica degli anni 80 avesse fatto come regalo a San Francisco il rifiuto del suo carattere urbano e civile. È triste perché non c’è stata città in America più importante di questa per lo spazio pubblico, per come esso è stato provocatore di free-speech,  movimenti sociali e politici, trasformazione di costumi e di rapporti. San Francisco è stata la capitale mondiale dell’amicizia sociale, di una società cioè basata non su legami di clan o di famiglia, ma su nuove aggregazioni da quelle sessuali, a quelle legate alle visioni psichedeliche, dalla letteratura alla Coevolution, dal buddismo occidentale alle visioni del Faallones Institute, dalle intuizioni del Whole Earth Catalogue a Wired. Ma tutto questo in un paesaggio urbano dove la contiguità, la bellezza del costruito e quella della natura in città era il salotto di un nuovo senso dell’amicizia. In questo senso essa è stata la “nuova Atene” dagli anni 60 fino almeno ai 90, un luogo dove l’intuizione, la follia, il senso fresco e bohemien della vita ha dato frutti. Essere cittadini qui significava essere immersi in un mare di possibilità che erano persone e luoghi fisici e urbani. Mai come negli ultimi anni le città sono tornate ad essere con i loro spazi fisici il luogo in cui si gioca la democrazia. Piazza Tahrir al Cairo, Gezi Park a Istanbul, le occupazioni a Hong Kong, la rivoluzione dei Gelsomini a Tunisi, i luoghi sono diventati le roccaforti dei nuovi movimenti e anche il posto vero dello scontro. Mai come adesso il potere ha paura che la gente scenda in piazza e che vi rimanga. C’è uno slogan divertente tra i movimenti che “occupano” che suona così: «Scendete in piazza, al massimo trovate un bar aperto ». San Francisco da questo punto di vista sta perdendo terreno perché se diventa solo un antiquariato per hipsters non ha più alcuna vita. Qui, in questa città, mostrarsi e vivere erano una sola cosa. I luoghi della produzione potevano essere altrove, ma i giochi e i legami tra le persone si costruivano e mettevano in pratica qui. Eppure oggi a passeggiarvi sembra solo una vetrina di déja-vu. Valencia non è cambiata nelle sue boutiques “slick” negli ultimi dieci anni, sono solo aumentati i prezzi ed è aumentato il divario con Mission. Sembrano due mondi lontanissimi e lo sono. Le aree di nuovo sviluppo sembrano imbarazzanti imitazioni di Downtown che poco hanno a vedere con la storia sociale che ha avuto luogo qui. E la nuova Market è ingombrante e pesante e fa da contraltare alla disperazione della vecchia Market. I waterfront sembrano tutti effetto di una idea di città come “campus universitario”, o di “high-tech labs”, ma anche questo che c’entra con una riforma radicale della residenza e del rapporto residenza/lavoro? Le nuove residenze, l’housing proposto è di una povertà agghiacciante. Possibile che in un laboratorio sociale come è stata questa città non si riesca a fare di meglio? Possibile che questa città sia solo il luogo della disperazione homeless e dell’ignoranza hipster, che l’intelligenza della rivoluzione informatica non si “veda” per strada, non produca negozi, luoghi di incontro, boulevards? C’è un vero ritardo in questo senso ed un vero imbarazzo. Se si sentono le interviste dei giovani architetti assoldati da Google per Mountain View viene lo scoramento: promesse di generica eco-consapevolezza, come se la serra, la greenhouse fosse l’unica architettura pensata e pensabile. Ma le persone non solo cetrioli e kiwi, la città non è una campagna abitata. Fa molta rabbia vedere che nemmeno le nuove app, i wearable, la rivoluzione del telefono mobile e dell’i-phone e la rivoluzione che sta arrivando rispetto all’automobile non abbia alcuna ricaduta urbana. Possibile che non ci sia nessuno con una visione del futuro in un mondo che è sempre stato così fertile? Sì è possibile perché questi cavalieri dell’Apocalisse informatica che producono la nuova ricchezza sono le persone meno adatte per capire come mettere in uno stesso luoghi centinaia di corpi viventi. Sono figli del disembodiment, della disincarnazione più totale. Ironico in una città che è stata la sede della riscoperta rivoluzionaria del corpo e delle sue possibilità. Abbiamo bisogno mai come adesso di una città che assomigli ad una San Francisco del futuro. Ma chi potrebbe davvero fare questo regalo? Solo chi capisce che tutto quello che qui è avvenuto negli ultimi cinquant’anni è frutto di un certo clima umano, di una certa maniera di incontrarsi, di certe abitudini, di un certo piacere, di una certa vita quotidiana possibile solo in città.