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Intervista. Enrico Ruggeri, ora vi canto le mie prime "40 vite"

Massimiliano Castellani domenica 9 giugno 2024

Enrico Ruggeri

«Ho passato 120 mesi della mia vita in sala di registrazione, ma ho vissuto e cambiato di continuo e ho anche subito una “fatwa”, la stessa che toccò pure a Mia Martini» Il cantautore milanese in un’autobiografia fa il bilancio del suo lungo percorso artistico ed esistenziale, in cui la musica è sempre stata al centro Pochi, anche nell’intronata routine del cantar leggero, possono dire, con prove certe e scritti alla mano, di aver attraversato “40 vite”. Enrico Ruggeri lo dice e lo scrive in 40 vite (senza fermarmi mai), la sua nevroromantica e accattivante autobiografia (La Nave di Teseo, pagine 248 ,euro 20,00.)

Ma di quel ragazzo ribelle degli anni ’70-‘80 che dal suo diario esistenziale ci avverte, «siamo tutti diventati come una delle due rane del principio di Chomsky», cosa resta?

«Probabilmente quasi tutto. Quando ero giovane sentivo dire che si nasce incendiari e si muore pompieri. Personalmente non trovo più gli estintori. L’anima è rimasta quella punkrock di chi ha dovuto sopportare di sentirsi dare del “fascista”, solo perché portava i capelli corti con le basette alte e ascoltava le canzoni di David Bowie, senza sapere che quello stesso ragazzo si nutriva anche della musica di Leonard Cohen, Tom Waits, Charles Aznavour... e anche di tanta musica classica».

Per questo l’hanno voluta docente al Conservatorio di Milano.

«Insegnare Storia della musica dal dopoguerra ai giorni nostri è stata una bella esperienza. C’è tanto da fare e da trasmettere ancora ai nostri giovani, e me ne sono reso conto quando ho visto ragazzi diplomarsi in flauto senza sapere chi fossero i Jethro Tull. Oggi penso che Lucky Man di Emerson, Lake & Palmer sia più vicino alla classica di quanto non potrà mai esserlo l’onda rap dei “Bello Figo”. Purtroppo si è scavato un solco, difficile da colmare, tra i generi».

Quindi non ascolteremo mai un suo duetto con un rapper?

«Mai dire mai. A dire il vero ho fatto un pezzo con J-Ax, ma i suoi testi, così come quelli del Club Dogo, ormai fanno parte della letteratura, specie se messi a confronto con quelli dei rapper di ultima generazione che hanno successo se sparano o finiscono in galera».

Torniamo al giovane Ruggeri che nel 1980 sfonda con Contessa e nell’anno del Mundial firma il primo contratto importante con la Cgd.

«Era l’inverno dell’ 82 e dopo lo scioglimento dei Decibel incido da solista l’album Polvere che è dell’83 e un anno dopo il singolo Señorita che fa parte del 33 giri Champagne Molotov» .

Il fantasma della band delle origini che, come i Decibel, torna continuamente.

«La band è una presenza costante che si rinnova nel tempo con altri musicisti e con nuovi autori di qualità, come gli ormai vecchi compagni di viaggio Massimo Bigi e Gabriele Masala».

Negli anni ‘80 con hit come Il mare d’inverno e Quello che le donne non dicono emerse anche il Ruggeri autore prediletto dalle nostre maggior interpreti.

«Be’ oltre che per Loredana Bertè mi pare di aver scritto tredici canzoni per Fiorella Mannoia e le mie canzoni le cantavano Anna Oxa e Patty Pravo. In quel momento forse le cantanti erano più disposte a cercare testi di un autore giovane e per certi versi nuovo per quel mondo. Comunque nello stesso periodo scrivevo anche per Morandi...».

Con Morandi e Umberto Tozzi nel 1987 trionfa a Sanremo con Si può dare di più.

«Andai a quel Festival principalmente per togliermi un sassolino, uno dei tanti che nel tempo ho dovuto far uscire dalle scarpe. Gran parte della stampa romana storceva il naso e scriveva: “Ruggeri bravo autore ma a cantare, insomma, così e così”. Ascoltai questa canzone ed essendo lontana dalle mie corde, per di più affidata a due grandi cantanti, allora pretesi di eseguire la parte del testo con la nota più alta, quel “Come fare non so. Non lo sai neanche tu…”. Al di là della vittoria, sul fatto che non sapessi cantare penso che in parecchi si siano ricreduti».

Seconda vittoria a Sanremo nel ‘93 con Mistero, canzone che stregò il direttore artistico Pippo Baudo.

«Sarò sempre grato a Pippo per la sua competenza musicale e per la grande stima, reciproca. Mistero non aveva nessuna delle caratteristiche della tradizione sanremese. È stato il primo ed unico esempio di canzone rock fino ai Måneskin, un brano che non aveva inciso, con un ponte alla Queen quando canto “Sarai sincera...”. Una scommessa in cui ho creduto, come tante altre, e per questo ho vinto».

Dal Mistero dell’amore a quello della fede, affrontato con brani come Marta che parla con Dio e Padre nostro in cui tanti hanno scoperto un Ruggeri “spirituale”. «La mia spiritualità arriva da lontano, dall’educazione cattolica di chi è cresciuto in una famiglia di osservanti e praticanti. Facendo questo mestiere ho avuto la fortuna di incontrare diversi Papi, ma l’incontro più intenso confesso che è stato quello con il Dalai Lama con il quale ho potuto passare del tempo. La mia fede si basa essenzialmente nel credere che tutto ciò che avviene non può avere un senso circoscritto alla nascita e alla morte».

Di morte e di guerra parla una delle sue canzoni più struggenti, Lettera dal fronte.

«In Lettera dal fronte racconto la microstoria di mio zio Carlo, il fratello di mio padre: un ragazzino partito soldato, smarrito come tutta la sua generazione dopo l’8 settembre del ’43, che finì i suoi giorni in Grecia, in un campo di concentramento americano. Quella canzone l’ho ambientata nel periodo della Grande Guerra, ma quello che conta è raccontare per difendere la memoria. E la memoria insegna che tutte le storie terribili di tutte le guerre sono state scritte con il sangue dei ventenni come lo zio Carlo, così come una vittima su due dei conflitti a cui stiamo assistendo sono sempre dei bambini».

Con la musica e poi con la Nazionale di calcio cantanti si è sempre adoperato per la pace, come testimonia “La partita del cuore” all’Olimpico di Roma del 25 maggio 1999.

«Con orgoglio posso dire che quella partita la organizzai personalmente, affrontando mille difficoltà, ma alla fine è rimasta alla storia perché fu l’ultima volta che si incontrarono il presidente israeliano Shimon Peres e il leader palestinese dell’Olp Yasser Arafat. Quel giorno diedero un bel segnale di speranza e da quell’esperienza nacque anche un’orchestra composta da musicisti israeliani e palestinesi. Erano dei tentativi, magari ingenui, di tenere vivo un dialogo di pace, che comunque è importante che non si interrompa mai, specie in questo preciso momento storico».

Oltre alla lunga militanza con la Nazionale cantanti, di cui è il presidente, lei passerà alla storia anche come calciatore: tesserato per il Sona assieme a Maicon, l’uomo del “triplete” della sua amata Inter.

«La mia generazione coltivava due sogni: fare il calciatore o diventare un musicista. Io ho preso la seconda strada, assecondando il talento prevalente. Però grazie al Sona ho stabilito un record mondiale: nessuno ha debuttato in serie D a 65 anni come ho fatto io. E non ho nessuna intenzione di smettere di giocare a pallone».

Qualcuno invece ha provato a farle smettere di essere invitato al Premio Tenco e di proseguire l’attività di conduttore televisivo iniziata, da autentica rivelazione, nel 2008 su Italia 1, con il programma Il bivio - Cosa sarebbe successo se...

«Il Tenco è una storia che risale al 1988 e la considero una “fatwa” che credo abbiamo subito solo io e Mia Martini. La televisione in questo Paese dipende dalla politica… La sinistra storicamente ha messo il cappello sulla cultura, tema che la destra invece ha sottovalutato. L’arrivo di Silvio Berlusconi non è servito a migliorare la situazione, perché non è stato certo un difensore del panorama culturale. Io comunque ho pagato abbastanza...»

Dei tanti brani ricordati nel libro, ci sono tre canzoni che sono un po’ il suo autoritratto: La mia libertà, Oggi chi sei? e Sono io quello per strada.

« La mia libertà è diventata il mio inno. Oggi chi sei? è il brano delle “rimembranze”, quei pomeriggi da ragazzi passati a parlare apparentemente di nulla e intanto non ti accorgevi che stavi crescendo. Sono io quello per strada è uno scambio epistolare ottocentesco, come Foscolo rispondeva con i Sepolcri a Pindemonte che appoggiava Napoleone e il suo editto di Saint-Cloud, io ho risposto a Francesco De Gregori, persona che stimo, ma con cui non sono d’accordo con la sua Guarda che non sono io. Lui il fan lo allontana dicendogli “sta piovendo lasciami andare”, io invece dico “vieni sotto l’ombrello che piove”. Io sono quello che scrivo, così nei pomeriggi tristi e di pioggia mi capita anche di pensare... che in fondo la vita è soltanto un intervallo tra un concerto e l’altro.