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Ciclismo. Pogacar: «La mia prima volta al Giro d'Italia. Pantani? Paragone impossibile»

Pier Augusto Stagi venerdì 3 maggio 2024

Il ciclista sloveno Pogacar

Ha molto da perdere, per questo in Italia Tadej Pogacar viene solo per vincere. Ama le sfide Taddeo, adora mettersi in gioco, rinnovare le proprie ambizioni e il proprio palmarés, che è già pingue, con due Tour, tre Lombardia, due Liegi e un Fiandre a risplendere tra le sue 70 vittorie da professionista a soli 25 anni.

Non ha mai corso il Giro e lo farà per la prima volta con il numero 1 spillato sulla schiena e da numero uno, perché Tadej Pogacar è da almeno quattro anni il pezzo più pregiato dell’argenteria ciclistica nel mondo. Sarà lui l’uomo da battere: tutti contro uno, fin da domani, fin da Venaria Reale, dove scatterà l’edizione numero 107 del Giro d’Italia con una tappa tutt’altro che banale e scontata, che può essere e sarà terreno di caccia per molti uomini forti, ad incominciare proprio dal diretto interessato, dal numero 1 del ciclismo mondiale che debutta alla “corsa rosa” dopo cinque podi ottenuti in cinque Grandi Giri disputati: terzo alla Vuelta a soli 19 anni; due volte primo al Tour del’20 e del’21; secondo sempre al Tour nel’22 e 23.

La tappa inaugurale prevede l’ascesa a Superga nel giorno del ricordo della tragedia aerea del Grande Torino il 4 maggio del 1949, settantacinque anni fa. Tappa tosta, questa. Con il colle della Maddalena da scalare nel finale, trampolino ideale per corridori dotati di coraggio e gambe proprio come il talento sloveno. Tante sono le suggestioni per Pogacar: vincere il Giro per poi puntare all’accoppiata con il Tour, che manca dal 1998, quando a centrarlo fu il nostro indimenticato e amato Marco Pantani. Ma c’è anche quella di vestire dal primo all’ultimo giorno la maglia rosa, come seppero fare Costante Girardengo nel 1919 (ma con sole dieci tappe) e Alfredo Binda nel 1927 (con 15), Eddy Merckx nel 1973 (con 20) e Gianni Bugno nel 1990, di rosa vestito da Bari a Milano, dall’inizio alla fine.

Ormai ci siamo: è tempo di Giro.

«È una corsa che mi ha sempre affascinato, che desideravo correre anche perché da voi c’è tanta cultura ciclistica e io un po’ italiano mi sento».

Per amore del Giro ha deciso quest’anno di non correre la corsa che più ama: il Giro delle Fiandre.

«È stata una scelta ragionata: se si vuole puntare a fare bene al Giro e al Tour non si può fare tutto».

Per questo progetto e dopo anni di collaborazione con Iñigo San Millan, quest’anno ha deciso di cambiare allenatore, affidandosi a Javier Sola, spagnolo di Siviglia, classe 1986.

«Iñigo è rimasto tra gli allenatori del team ma ora è anche capo della performance dell’Athletic Bilbao di calcio e per me resta un caro amico. Con Sola va benissimo: sono differenti le strategie di preparazione. A volte per il corpo un qualche tipo di “shock” può essere salutare, per non ripetere sempre le stesse cose a cui ci si abitua».

Per la “missione rosa” ci sono diversi punti fermi: Majka, Grossschartner e Novak tra i corridori di fiducia. Il massaggiatore Joseba Elgezabal, il meccanico Boštjan Kavènik, l’addetto stampa Luke Maguire. In ammiraglia tre diesse italiani: Fabio Baldato, Fabrizio Guidi e Manuele Mori.

«Siamo una bella famiglia, molto allargata: questo è il blocco Giro, perché poi ci sarà quello Tour».

Quante tappe ha visionato prima del via di Venaria Reale?

«Sette».

Era il 1998 quando Marco Pantani centrò l’accoppiata con la Grande Boucle, lei avrebbe visto la luce un paio di mesi più tardi. Era un ciclismo molto diverso da quello attuale.

«Difatti non si possono fare paragoni: è impossibile».

Oltre che essere un fenomeno lei in effetti sembra una macchina del tempo umana, nel senso che ha già scomodato e scomoda parallelismi con il passato che sembravano fino a poco tempo fa impossibili.

«Non è giusto fare paragoni con il passato, ma per quanto mi riguarda è bellissimo aggiornare la storia, con nuove imprese, con nuove azioni che piacciono ai tifosi, ma anche a chi le compie».

Solo qualche anno fa la intercettammo al Giro d’Italia Donne con un cartello disegnato di suo pugno: era al seguito della corsa per tifare a bordo strada Urska Zigart, la fidanzata professionista con la Jayco Alula con la quale vive a Montecarlo e che nel 2025 diventerà sua moglie.

«Stiamo benissimo assieme, condividiamo tante cose, ad incominciare dal ciclismo. Il ciclismo femminile negli ultimi anni è cresciuto tantissimo, e di questo ne sono profondamente felice. È giusto che sia così!».

La sua estate calda comincia domani, 4 maggio da Venaria Reale e si concluderà a Nizza il 21 luglio, a pochi giorni dall'avvio dei Giochi Olimpici di Parigi, ai quali non ha alcuna intenzione di rinunciare.

«Devo fare una pedalata per volta, senza fretta, senza intossicarmi la mente. Devo solo pensare ad un obiettivo per volta e sono tutti bellissimi. Uno più bello dell’altro».

Perché ama il Giro?

«L’Italia è sempre stata il mio Paese di riferimento da quando ho cominciato a correre e nel mio menu prevedo parecchia pasta e pizza. Da anni volevo venire a correrlo, ma ero ancora molto giovane e giustamente la mia squadra ha preferito farmi crescere piano piano. Mi aspetto un grande tifo sulle strade italiane. So che tutti si aspettano grandi cose da me».

Lei arriva al via della “corsa rosa” con soli 10 giorni di gara nelle gambe, ma in 7 di questi lo hanno fotografato con le braccia al cielo. Un ruolino di marcia impressionante e che fa già tremare le gambe degli avversari.

«Ma questa è tutta un’altra storia. In un Grande Giro non c’è mai nulla di facile o scontato, le insidie sono sempre dietro l’angolo. Per tre settimane devi essere forte, determinato, convinto e fortunato».

L’arrivo in salita al Santuario della Madonna Nera a Oropa (Biella), dove nel 1999 il Pirata in maglia rosa scrisse una delle pagine più esaltanti della sua breve carriera: uno dopo l'altro raggiunse e superò 49 corridori, prima di andare a vincere.

«Sono troppo giovane per ricordare Pantani, ma so quanto sia stato importante per voi italiani e non solo. Io spero solo di essere all’altezza: all’altezza della storia».