Agorà

Medioevo. Pier Damiani, completata l'Opera omnia

Franco Cardini sabato 7 settembre 2024

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Nato intorno al 1007, Pier Damiani proveniva da una famiglia aristocratica ma economicamente in difficoltà. La sua giovinezza fu segnata da problemi economici e dalla presenza oppressiva di un fratello malevolo, almeno secondo quanto ci dice il suo agiografo, Giovanni da Lodi. Queste contrarietà influenzarono il suo carattere, plasmando le sue aspirazioni spirituali e intellettuali. Educato inizialmente dalla sorella Rodelinda e successivamente dal fratello Damiano, sacerdote, egli ne adottò probabilmente il nome in segno di gratitudine. Pier Damiani iniziò la sua istruzione formale a Faenza, proseguendo con lo studio delle arti liberali a Parma intorno al 1030. La sua educazione comprendeva il trivio e il quadrivio, e studiò sotto maestri illustri come Ivo, Gualtero e Mainfredo. Questo periodo affinò la sua competenza giuridica, che si rivelò cruciale durante dispute, come quella con i giuristi di Ravenna nel 1046.

Nonostante il successo accademico e un breve periodo di insegnamento, Pier Damiani scelse la vita monastica intorno al 1034-1035, unendosi all’eremo di Fonte Avellana negli Appennini. La sua decisione fu influenzata dallo zelo riformista di Romualdo di Ravenna, di cui scrisse successivamente una biografia. Fonte Avellana divenne il fulcro della sua vita spirituale e delle sue attività. Ordinato sacerdote dall’arcivescovo Gebeardo di Ravenna tra il 1037 e il 1040, i primi anni monastici di Pier Damiani furono caratterizzati dalla composizione di opere significative. Divenne priore di Fonte Avellana nel 1043, concentrandosi sull’istituzione e la riforma di vari eremi e monasteri nella regione. Lo zelo riformista di Pier Damiani si estendeva oltre i confini monastici. Scriveva di frequente a vescovi, offriva guida e cercava la rimozione del clero indegno. I suoi sforzi miravano alla santificazione clericale e alla risoluzione di problemi come la simonia e il concubinato. La sua influenza crebbe sotto l’imperatore Enrico III, che lo nominò come consigliere chiave. Collaborò con diversi prelati e papi, tra cui Gregorio VI, Leone IX e il futuro Gregorio VII, consigliandoli su questioni teologiche ed ecclesiologiche con significative implicazioni politiche.

Nel 1057, Pier Damiani fu nominato Cardinale-Vescovo di Ostia da papa Stefano IX. Nonostante la sua iniziale riluttanza, accettò il ruolo e divenne strumentale nella risoluzione di significative dispute ecclesiastiche, incluse quelle relative al movimento patarino a Milano. Le sue abilità diplomatiche furono cruciali nella negoziazione con le fazioni riformiste e nel mantenimento dell’unità ecclesiastica.

Erano gli anni in cui entrava nel vivo lo scontro fra papato e impero. Niccolò II, con il sinodo lateranense del 1059, stabiliva in pratica lo statuto della Chiesa riformata. Da quel momento in poi, il papa (in quanto vescovo di Roma) sarebbe stato scelto da un collegio composto da preti e diaconi della città di Roma e da vescovi delle diocesi suburbicarie, che, per questo loro fondamentale ufficio, vennero chiamati “cardinali”. Nessun ecclesiastico avrebbe più potuto accettare cariche da un laico, incluso l’imperatore, e il celibato ecclesiastico sarebbe diventato strettamente obbligatorio.

Il secondo di questi punti era particolarmente grave. Non solo danneggiava l’imperatore, ma lo indicava come la causa principale della simonia tra i prelati; applicato retrospettivamente, questo punto condannava in pratica l’intera Chiesa.

Ma se nella gerarchia ecclesiastica c’erano dei simoniaci, i loro atti sacramentali erano validi? I più estremisti pensavano di no; Pier Damiani, al contrario, riteneva che, derivando la Grazia da Cristo, essa restasse pura anche se i sacerdoti che ne fungevano da canali mediatori non erano puri.

Era evidente che una posizione estrema su questo tema avrebbe condotto alla distruzione della struttura della Chiesa. I vescovi tradizionalisti, inoltre, non avevano alcuna intenzione di vedersi esautorati a causa delle elezioni simoniache: opposero quindi resistenza al papato, ormai sempre più nelle mani del gruppo estremista dei riformatori. Quando nel 1061 fu eletto papa Anselmo da Baggio, capo dei “patari” milanesi, con il nome di Alessandro II, la reggente imperatrice Agnese convocò un concilio a Basilea, che elesse papa Cadalo, vescovo di Parma. Questo evento portò allo scisma.

Evidentemente, Pier Damiani aveva avuto un ruolo fondamentale in tutti questi sviluppi, ma gli esiti non lo videro contento. Negli ultimi anni di vita, si manifestò la disillusione dovuta all’impossibilità di coinvolgere la corte imperiale nel progetto di riforma ecclesiastica, ma anche nella progressiva perdita di sintonia con il papa. Per esempio a proposito dello scisma fra Roma e Costantinopoli, sul quale egli scrisse una epistola inviata direttamente al patriarca, nella quale Pier Damiani si lamenta di non essere stato considerato dalla Curia romana, dal papa e dai suoi collaboratori. Comunque, fino all’ultimo portò avanti la sua missione a favore della Chiesa. Nel 1072 era a Ravenna, sua città natale, per riconciliarla con la sede apostolica dopo che l’arcivescovo Enrico era stato colpito da interdetto per aver sostenuto l’antipapa. Sulla via del ritorno, nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1072, si spense a Faenza nel monastero di Santa Maria Foris Portam.

L’eredità di Pier Damiani è incapsulata nei suoi molteplici contributi come riformatore, teologo e scrittore. La sua corrispondenza, trattati, poesie, sermoni e agiografie offrono preziosi spunti sulla sua vita e sul più ampio panorama ecclesiastico del suo tempo. Senza le sue opere, sapremmo assai meno non soltanto sulla sua attività e il suo pensiero, ma anche sugli eventi del tempo. L’edizione completa delle sue opere a cura di Kurt Reindel, con contributi di Giovanni Lucchesi, ha fornito una risorsa essenziale per comprendere il suo contesto cronologico e il suo impatto.

Negli ultimi anni, però, si è resa necessaria una traduzione dal latino all’italiano per consentire al pubblico un accesso più ampio. In questa impresa tutt’altro che facile si sono cimentati per anni Nicolangelo D’Acunto dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e una équipe di collaboratori. L’opera giunge a compimento con l’ottavo volume di epistole, il dodicesimo in assoluto: Opere di Pier Damiani. Lettere (166-180) (Roma, Città Nuova, 2024) a cura di Lorenzo Saraceno, Nicolangelo D’Acunto, Ugo Facchini e Antonio Manco. Il volume contiene lettere datate principalmente agli ultimi anni della sua vita, insieme ad altri due testi: la descrizione del suo viaggio a Cluny durante un momento cruciale del dibattito intorno alla riforma, e la Vita beati Petri Damiani scritta dal suo discepolo e segretario Giovanni da Lodi, come già accennato fondamentale nella ricostruzione della sua vita, composta pochi anni dopo la morte. Infine, il volume fornisce un aggiornamento della bibliografia generale, considerando quindici anni di studi sviluppati anche grazie a questa impresa editoriale.

Vale tuttavia la pena ricordare il complesso dell’opera: l’epistolario di per sé è fondamentale per la rete di relazioni di Pier Damiani, e occupa otto volumi incluso quest’ultimo. La collana parte con un primo volume di bibliografia pubblicato nel 2007 in occasione del millennio dalla nascita (Pier Damiani, un Padre del secondo millennio). Gli altri sono dedicati all’opera poliedrica di Pier Damiani: sermoni, poesie, preghiere, agiografie; ovviamente c’è la celebre biografia di Romualdo, fondamentale per la tradizione eremitica camaldolese e apprezzata da figure come Petrarca, nonché le vite di Odilone di Cluny e di figure meno conosciute ma comunque importanti per comprendere la formazione ascetica di Pier Damiani e la spiritualità del suo tempo.