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Calcio. Padovano (Juventus): «L'arresto, l'assoluzione dopo 17 anni. E Vialli»

Massimiliano Castellani sabato 17 febbraio 2024

Michele Padovano abbraccia Gianluca Vialli con cui ha giocato nella Juventus dal 1995 al '97

«La libertà è come l’aria: nessuno si rende davvero conto di quanto sia preziosa finché non ti manca». Non sono le parole di Silvio Pellico, ma comunque il diretto interessato, il calciatore Michele Padovano, le sue prigioni se l’è fatte, e da sentenza della Cassazione del 15 gennaio 2021 anche ingiustamente. Assolto con formula piena all’ultimo grado di giudizio dopo uno stillicidio giudiziario durato 17 anni con in mezzo 3 mesi di detenzione nelle carceri di Cuneo e Bergamo, 9 mesi di arresti domiciliari e 5 mesi di obbligo di firma dai Carabinieri. E tutto questo, dopo il silenzio degli innocenti, spinto da sua moglie Adriana e dal figlio Denis, ha deciso di raccontarlo in un libro-confessione appena uscito: Tra la Champions e la libertà, edito da Cairo (verrà presentato alla Feltrinelli di Torino il 26 febbraio e il 27 febbraio a Bergamo). In quelle pagine si ritrova tutta la sofferenza dell’ex campione d’Europa con la maglia della Juventus. La storia di cuoio ricorda infatti che Padovano per due stagioni, dal 1995 al ‘97 fece parte della Juve degli “invincibili” di Marcello Lippi. Un attaccante rock, capello lungo al vento e colonna sonora degli AC/DC incorporata, in campo e fuori. La Juve lo prese dalla Reggiana per 7 miliardi di vecchie lire che aveva già 29 anni e un centinaio di gol segnati in una carriera fatta di gavetta sudata: partito dalla C (esordì con l’Asti), in B nel Cosenza, Genoa, appunto alla Reggiana, fino alla Serie A in cui aveva debuttato nel Pisa del presidente Romeo Anconetani. L’anno dei Mondiali di Italia ’90 è il bomber più forte delle provinciali, 11 gol in 30 partite con la maglia del Pisa. Maradona lo vuole a Napoli e sotto il Vesuvio ci arriverà l’anno dopo per giocare in tandem con Careca, ma “El Diego” si era dato alla fuga per i primi e interminabili problemi con la giustizia. Occasione persa, ma la grande chance per lui, torinese, figlio unico di famiglia operaia emigrata dalla Puglia, arriva l’estate del ’95 in cui entra alla corte della Vecchia Signora degli Agnelli. Vince uno scudetto e la prima Champions (fino ad allora si chiamava Coppa dei Campioni): sua la seconda rete segnata nel 2-0 al ritorno in semifinale contro il Real Madrid, ma soprattutto trasforma uno dei rigori decisivi nella lotteria della finale dell’Olimpico di Roma contro l’Ajax. Era il 22 maggio 1996. Esattamente dieci anni dopo, il 10 maggio, il film della vita di Michele Padovano, che in campo si era chiuso con il lieto fine, assume la trama del poliziesco, con finale drammatico. I suoi primi quarant’anni passano tutti nel tratto breve che percorre in auto a Torino: «In via Cibrario mi trovo a un incrocio della mia storia. Fermo a un semaforo, vedo da una parte l’Ospedale Maria Vittoria, dove sono nato. Dall’altra la chiesa di Sant’Alfonso, dove mi sono sposato nel ’92 con Adriana. Due momenti fondamentali, accaduti a non più di dieci metri uno dall’altro. Scatta il verde e riparto ma una macchina con tre poliziotti in borghese mi sbarra la strada, questi scendono e in un lampo mi ritrovo in manette...».

Un blitz imprevisto, e tutto per aver prestato 36mila euro al suo amico d’infanzia Luca Mosole che quel denaro lo utilizzò per l’acquisto di un cavallo.
È bastato questo per accusarmi di associazione a delinquere. Secondo gli inquirenti io ero il finanziatore di un gruppo malavitoso. Mi sono subito dichiarato innocente, ma non mi hanno creduto. Dal penitenziario di Cuneo mi hanno trasferito in quello di Bergamo. Ero distrutto, non riuscivo a capacitarmi del perché fossi lì, rinchiuso in una cella di quello che ho ribattezzato l’Hotel Gattabuia.

Nel libro scrive: «Una volta cenavo tra Zidane e Del Piero al Waldorf, oggi tra Gigi e Bonny in un buco incrostato vista water».
Gigi e Bonny sono due dei tanti detenuti pieni di comprensione e di lealtà che ho conosciuto in carcere. Ho convissuto con persone che dovevano scontare almeno dieci-venti anni di reclusione e mi hanno trattato da uomo, e non da campione del calcio, prestandomi il loro dentifricio o cedendomi l’accappatoio per la doccia. Piccoli gesti di un’umanità che fuori mi era stata negata, perché una volta finito dietro le sbarre ero diventato l’appestato da cancellare dalla memoria, anche quella dei loro telefonini…

Ha citato Del Piero e Zidane che quel 9 luglio 2006 si ritrovarono avversari nella finale dei Mondiali vinta dall’Italia (ai rigori) contro la Francia.
Quella partita l’ho vista nella mia cella e piangevo. Ero orgoglioso di tutti i miei ex compagni, nessun ombra d’invidia, è un sentimento che non conosco. Quella notte ho rivisto tutta la mia prima vita da calciatore e ho ripensato al momento in cui alzai la Champions insieme a molti di quegli azzurri, che purtroppo di ritorno dalla Germania non mi hanno cercato. Lo dico senza nessun rancore, ma allora anche quei silenzi mi fecero male…

Nessun ex compagno l’ha più chiamata?
Gianluca Presicci che era partito con me dal Cosenza non mi ha mai abbandonato, così come Paolo Stringara che quando ero dirigente del Torino l’avevo fatto ingaggiare come allenatore. E poi c’era lui, quello che adesso è il mio “angelo in Cielo”: Luca Vialli. Non passava domenica in cui non chiamasse mia moglie per sapere come stavo. Adriana quando veniva ai colloqui in carcere mi riferiva: «Luca ha chiamato anche oggi, ti saluta tanto». Quella telefonata per me rappresentava una luce di speranza, uno spiraglio di libertà. Quando mi hanno scarcerato la prima chiamata è stata quella di Luca: dopo il «pronto ciao come stai?», siamo scoppiati a piangere... Ho pianto tanto quando un anno fa è volato via per sempre. Mi sarebbe tanto piaciuto salutarlo per l’ultima volta, volevo andare a Londra dove siamo stati anche vicini di casa quando giocavo nel Crystal Palace e lui era al Chelsea, ma non potevo ero ancora emotivamente troppo preso dal processo.

Mancava ancora l’ultimo grado di giudizio che è arrivato alla fine del gennaio 2023, tre settimane dopo la morte di Vialli. Con che stato d’animo ha affrontato il processo bis dopo il verdetto della Cassazione?
Con l’ansia e l’angoscia per la revisione di un processo che è durato altri due anni. Solo la mia famiglia sa quello che ho passato. Andavo a dormire e mi risvegliavo sempre con una spada di Damocle sopra la testa. In primo grado il giudice aveva chiesto una condanna di 24 anni, perciò fino al 31 gennaio 2023 ho vissuto come uno trattato da criminale. Poi finalmente quel giorno mi sono liberato da quella spada...

Cos’è stato a far cambiare idea ai giudici?
C’è stata la mano di sant’Antonio che ha ascoltato le nostre preghiere. In questi anni con Adriana ci siamo riavvicinati alla fede e c’eravamo ripromessi che se tutto fosse andato a finire bene saremmo andati a Padova a ringraziare sant’Antonio. Il 1° febbraio dello scorso anno siamo corsi a Padova. Decisivo è stato anche l’aver cambiato avvocati, che ringrazio ancora pubblicamente, i miei legali Giacomo Francini e Michele Galasso. Con la loro difesa hanno ribaltato una vicenda in cui stavo perdendo tutto...

Al di là dei danni morali, a quanto ammontano le perdite economiche di questa storia di “malagiustizia”?
Le dico solo che fino al 10 maggio 2006 ero il classico calciatore ricco e famoso, casa da 400 metri quadri, diversi investimenti immobiliari riusciti e un contratto importante da dirigente di un club di C ambizioso come l’Alessandria. Il giorno dopo il mio arresto ho cominciato a perdere tutto. Da attaccante che ero stato mi sono dovuto inventare difensore della mia vita e soprattutto della mia famiglia che ho cercato, come ho potuto, di proteggere da questa “assurdità” in cui ho rischiato di essere condannato da innocente.

Anche se diversa, la sua vicenda ricorda quella di un altro calciatore, Beppe Signori, accusato di essere il capo di un clan dedito alle scommesse clandestine, anche lui scagionato ma dopo dieci anni di processi.
Conosco bene la sofferenza di Beppe, ci siamo confrontati e sentiti diverse volte. Che posso dire, siamo stati due capri espiatori, mi viene quasi da dire degli “Enzo Tortora del calcio”.

Nel libro racconta di essere stato tirato in ballo come testimone per il “caso Bergamini”: il suo ex compagno nel Cosenza, la cui morte, dopo 35 anni è ancora un mistero.
Denis per me era un fratello, a mio figlio, che è nato nel 1991, ho dato il suo nome. Bergamini non si è certo suicidato, come hanno voluto farci credere per anni, perché era un ragazzo solare, pieno di vita, un calciatore forte con una carriera importante tutta ancora in divenire. Io dopo quel maledetto 18 novembre 1989 in cui fu trovato cadavere sono stato sentito diverse volte dai magistrati e li ho sempre indirizzati a cercare dove credo stiano cercando in questo momento che il processo è in corso. Il tempo è galantuomo, nonostante tutto quello che ho passato ho ancora fiducia nella magistratura e sono sicuro che la verità verrà finalmente a galla. Intanto mio figlio sa chi è stato Bergamini ed è orgoglioso di portare il suo nome.

Da padre e da ex calciatore cosa pensa di questa nuova generazione affetta da ludopatia, come lo juventino Nicolò Fagioli, sospeso per 7 mesi per scommesse illecite on-line?
Questi giovani calciatori come Fagioli vanno aiutati e non condannati o etichettati come si fa da noi, che un giorno sei un monumento nazionale e il giorno dopo ti demoliscono per sempre. Fagioli, come tutti quelli che hanno sbagliato, meritano una seconda chance, sempre.

A Michele Padovano il calciola concederà questa seconda chance?
Io me lo auguro perché al calcio ho dato tutto me stesso. Per ora l’unico che mi ha cercato è stato il presidente dell’Assoallenatori Renzo Ulivieri che nei mesi scorsi mi ha convocato a Coverciano, ora so che è in ospedale e gli faccio gli auguri di cuore per una pronta guarigione. Ulivieri sa che guardo quattro partite al giorno e che seguo tutti i tornei giovanili. Io sono a disposizione. So che nessuno potrà ridarmi indietro quello che mi è stato tolto, ma chiedo almeno un’opportunità per ricominciare.